Storia delle Saline di Trapani - Cuordisale sale marino integrale - Saline di Trapani

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Le Saline
La storia delle Saline di Trapani

La storia delle Saline di Trapani, si compone essenzialmente di due periodi: uno più antico, più difficile da ricostruire, e uno già meglio documentato, dopo il tredicesimo secolo, attraverso fonti scritte che sono arrivate fino ai nostri tempi.
In ogni caso proprio la documentazione scritta di questo secondo periodo, se messa in relazione con altri diversi aspetti archeologici, storici e geologici, riescono, pur con diversi lati ancora non perfettamente chiari, a darci una visione di come le Saline Trapanesi a poco a poco si sono imposte nel litorale che da Trapani va a Marsala.
La storia delle saline di Trapani è la conseguenza di una serie di fatti politici e geologici che nel corso degli anni hanno cambiato radicalmente la costa est della provincia di Trapani.
Per comprendere tutto ciò, dobbiamo pensare a Trapani come quella che era una volta: un piccolo villaggio costruito dagli Elimi ( gli antichi abitanti del Monte Erice) intorno al IIX secolo in prossimità del mare e delle terre coltivate per stabilire un centro di collegamento tra la vetta ( in cui essi risiedevano e si rifugiavano per ripararsi da eventuali attacchi esterni ) e il posto di lavoro, dove si dedicavano all'agricoltura e alla pesca dalla terraferma. Quando nel IX secolo a.C. i Fenici dalla vicina Cartagine si mossero verso le coste occidentali della Sicilia, trovarono già costruito dagli Elimi quello che, sostanzialmente, era l'emporio di Erice e con questi ultimi lo abitarono pacificamente, insieme ai Sicani (già insediati nella Sicilia occidentale).
Trapani a quei tempi era circondata da una serie di stagni, tra cui il Lago Cepeo che era proprio nel mezzo tra Trapani e Erice, sempre a rischio delle piene e dei depositi alluvionali che dalle falde del Monte avanzavano, iniseme agli altri due fiumi , il Dolce ed il Salso (Lenzi e Baiata) interrando la parte più interna dell’insenatura portuale che era un vero e proprio golfo molto addentrato verso ovest al cui interno si erano formate delle piccole isolette.
In base a questa ricostruzione, non vediamo alcun presupposto utile alla creazione di vere e proprie Saline, perché le piene alluvionali dei fiumi, nel periodo invernale avrebbero inevitabilmente distrutte. E' invece possibile che la popolazione presente a Trapani, stagionalmente, creasse dei piccoli bacini in questi stagni, con tenui riparamenti costituiti ogni anno con argini creati con il fango stesso presente, sfruttando le maree per fare entrare l'acqua marina. Stando cosi le cose, si sarebbe trattato di piccole produzioni di sale, appena sufficente per l'uso interno della città essendo la pesca uno dei lavori principali.


La salina di S. Pantaleo (1101)

Proprio le piccoli dimensioni delle saline sono a caratterizzare quella che è la prima vera testimonianza scritta sulle saline Trapanesi. Infatti la prima salina del litorale di cui abbiamo notizie è una salina, esistente già nel 1101, in epoca normanna, nell’isola di San Pantaleo (l’antica Mothia).
L’esistenza di questa salina è accertata dallo storico C.A. Garufi ne “I Documenti inediti dell’epoca normanna in Sicilia”, pubblicati a Palermo nel 1899 nella collana “Documenti per servire alla storia di Sicilia”, serie I^, XVIII edita dalla Società Siciliana per la Storia Patria.
Trattasi della concessione, fatta da re Ruggero ai monaci basiliani di Santa Maria della Grotta di Marsala, dell’isola dove costruirono il monastero di San Pantaleo, da cui l’antica isola di Mozia ha preso, nel basso medioevo, il nome che porta ancora oggi.
Nel diploma di re Ruggero, datato 16 maggio 1131 in Palermo, si confermò a Bartolomeo abate del monastero di Santa Maria della Grotta in Marsala un privilegio fatto da lui e dalla madre sua Adelasia, con il quale donavano il Casale di Farchina (poi Rinazzo), vigne e terre, e concedevano il diritto di libera barca come aveva disposto il fondatore Christodulo.
In detto diploma Ruggero fa scrivere inoltre :
"amplius autem potentia nostra concessit predicto sacro Monasterio Granciam Sancti Panteleimonis que est in insula versus Libriges (Birgi) que cognominatur Guzziret Ezobbugi (isola dell’ulivo) et eandem insulam et salinam que est in eadem insula".
"Poi ancora la nostra potenza concede al predetto sacro monastero il cenobio di San Pantaleone che si trova nell’isola verso Libriges, chiamata Guziret Ezobbugi, e l’isola stessa e la salina che si trova nell’isola medesima"
E’ sicuramente il Cothon fenicio che fu utilizzato come salina nel periodo della dominazione araba, come si evince chiaramente dai toponimi arabeggianti, attraverso l’eredità bizantina. Il Cothon misura 51 x 35 metri e ha una profondità di circa 2,5 metri.
La seconda fonte che ci arriva si ha grazie al geografo arabo Al-Abu ‘ Abd Allah Muhammad, maggiormente noto come Idrisi o Edrisi, che nel suo “Libro per lo svago di chi ama percorrere le regioni”, scritto per il re normanno Ruggero II nel 1154, racconta:
“Proprio davanti alla porta della città si trova una salina…”
Non sappiamo esattamente cosa esso avesse visto. Potrebbe trattarsi delle piccole saline che i Trapanesi realizzavano stagionalmente, magari costruite in gran numero da sembrare una unica e sola salina, forse proprio sul'area del Lago Cepeo.

Salinagrande (anteriore al 1300)

E' invece probabile che lungo la costa Trapanese la prima vera e propria salina sia stata "Salinagrande". Già da solo il nome imponente, dava idea delle dimensioni che la distinguevano dalle altre piccole saline stagionali.
Ne abbiamo notizie certe tramite Giovan Luca Barberi, nel suo “Liber De Secretiis”, rimasto incompleto, e ci fornisce una nuova visione delle conduzioni delle saline di Trapani. Fino al periodo di re Ludovico (o Luigi) le saline che si estendono da Trapani a Marsala erano amministrate dagli organi periferici dell’amministrazione finanziaria del Regno, ovverosia le Secrezie e quindi non costituivano allodio, proprietà privata e non erano concesse come bene feudale.
"Fino ad un tiro di balestra" dal litorale tutto era proprietà del demanio, dello Stato, quindi sia tonnare che saline venivano amministrate o arrendate in economia, appartenevano al Re e grande fu lo stupore del Barberi nei suoi Capibrevi, allorquando si accorse che dopo i re Ludovico e Federico il Semplice aveva concesso in feudum Salinagrande alla famiglia del celebre medico Roberto de Naso, messinese, che aveva contribuito in maniera determinante a salvare Messina dalla peste nera, quella ricordata dal Boccaccio, del 1347- 48:
"Saline civitatis Drepani de iuribus et preheminentiis dicte regie secretie cum domo et preheminentiis suis fuerunt primitus concesse per dominum regem Ludovicum quondam magistro Roberto de Naso phisico et suis heredibus de suo corpore legitime descendentibus in feudum sub servitio unius equi armati; devolute ad curiam ob obitum quondam Petri Lopes de Boria qui salinas easdem certo modo tenebat, et consequenter confirmate eidem magistro Roberto et dictis suis heredibus sub dicto servitio in forma stricta per quondam dominum regem Fridericum cum privilegio dato Policii III° septembris III indictionis 1349 salvis tamen et penitus reservatis costitutionibus et capitulis …"
Quindi in un certo particolare modo la Salina Grande era stata in un periodo precedente tenuta in possesso da questo Lopes de Borgia, ed è ovvio che essa esisteva già da tempo. Ad oggi non sono pervenuti documenti che attestino la sua nascita, ma è chiaro che, per la sua conformazione a “lago”, questa si prestava per la produzione del sale da molto, molto tempo.
Il de Naso apparteneva ad un gruppo di famiglie messinesi che si andavano trasferendo, a metà del trecento, dalla città dello Stretto verso la Sicilia occidentale e soprattutto a Trapani, come ad esempio i de Fardellis o Fardella, per motivi di sicurezza o per uffici acquisiti, allorquando si risvegliarono i traffici del tempo delle Crociate e, pertanto, aumentò l’importanza del porto ed il commercio e prelievo del sale.
Sebbene la salina in oggetto abbia come nome:"Saline civitatis Drepani" sappiamo che si tratti certamente di Salinagrande tramite un atto notarile, stipulato tra gli eredi del feudo di Salinagrande con un feudatario vicino. In esso sono rappresentati in modo inequivoco quelli che sono i confini del feudo dei De Naso.
Nell'atto notarile, “contenente soggiogazione fatta dal Signore Giuseppe Andrea De Naso da Trapani, Barone della Salina Grande, in favore di Don Vincenzo Staiti, rogato da Notar Pasquale Daidone di Marsala, addì 18 agosto 1582.”155, possiamo leggere che le terre appartenenti alla Salina Grande, poste nelle vicinanze di Trapani, confinano:
“cum terris vocatis li petri tagliati ex parte orientis, que sunt magnifici baronis fontane salse, via pubblica veteri mediante qua itur de hac civitate (Marsalie) in civitate Drepani, et cum vallono nominato di la falcunaria ex parte meridiei et xilocco, quali valluni nexi ali culcasi, quali è in mezzo di li ditti terri di ditto s.e baruni di fontana salsa e li terri chiamati di marauza et ex parte aquilonis cum stagnono ditte saline magne”156 (Tav. VI)".
La storia di Salinagrande è particolarmente dettagliata da diversi avvenimenti. Per approfondirli vedete QUI



Salina Tavilla dello Stagnone di Marsala (1401)

La terza salina di cui si hanno notizie sembra quella impiantata nell’isoletta S. Maria dello Stagnone e che fu concessa al giurista Antonio de Alessio, con privilegio datato in Catania il 4 novembre del 1401. Il Barberi nel suo libro "De Secretiis" riporta i diplomi ed i privilegi di cui è certa l’autenticità e li designa "in perpetuum", quasi a definirne l’aspetto giuridico della concessione feudale. Si tratta dell'ennesima piccola salina dalle dimensioni contenute.
Nel 1401 Martino I concesse in feudo con privilegio "al legum doctor Antonio de Alexio di de novo construere una salina in insulam Tavile sitam et positam in stagnono Marsalie prope insulam Sancti Teodori et insulam Sancti Pantaleonis" ASPA, Regia Cancelleria 38, c. 245r-v; 1401 nov. 4; e ivi, c. 248v, 1401 nov. 5: ordine di immissione nel possesso.
Ai margini dello Stagnone, a S.Teodoro, veniva anche ‘calata’ una tonnara attestata nel 1451 e nel 1458  e ricordata ancora da Camilliani.

Note Storiche:

Nel 1412 Ferdinando I, con l'unificazione della Sicilia alla corona Spagnola, ridusse l'isola al rango di Viceregno. La Sicilia non fù più sede reale e per i suoi successivi trecento anni sarebbe stata amministrata da un Viceré. Il commmercio risentì della nuova situazione politica, che vide i mercanti spagnoli occupare posti di privilegio, sia in campo amministrativo che commerciale.

Salina Milo (1451)
Arriviamo quindi all'anno 1451 alla prima e vera propria salina che troviamo nel territorio vicino alla città di Trapani. Si tratta della salina Milo. Nel libro "storia dei Feudi e dei Titoli Siciliani dalla loro origine ai  di Francesco San Martino De Spuches,  sotto il titolo di Barone della Salina di Trapani troviamo che:
"Con privilegio 28 Gennaio 1451, Re Alfonso concesse a Francesco e ad Andrea, suo figlio, da Trapani, in feudum, di potere costruire una Salina nella marina di San Teodoro sino al Monte Cofani, incluse in esso tratto le pianure del Ponte che conducono verso la Chiesa della Beata Maria Annunziata e di Santa Maria Maddalena. La concessione procede per loro eredi e successori, con obbligo di apprestare un cavallo armato per servizio militare. Il privilegio fu esecutoriato in Palermo a 3 Aprile 1451 e transutato a 13 Aprile 1452. Quale concessione fu confermata a 22 Giugno 1459 con diploma viceregio (Conserv. libro diversi privilegi e confische di beni 1459 89 f.791).
a 3 Gennaro 1479 si investi della Salina Giovanni De Milo, per il passaggio della Corona da Giovanni a Ferdinando il Cattolico(Canc, 1479-80 f.68) Manca il passaggio dai primi concessionari ad esso Giovanni."
Seguono diversi passaggi della Salina Milo agli eredi diretti di Giovanni De Milo fino al 1807.
La Salina Milo resterà l'unica salina della città di Trapani per un po di tempo.  Nel paragrafo in cui si tratta della prima venuta in Trapani dei frati di Santa Maria di Gesù detti Zoccolanti della regolare osservanza della regola di San Francesco, nell’anno 1473, viene detto dal Pugnatore che:
"volendosi poscia, e quasi in su lo stesso principio che essi zoccolanti avevano incominciato il loro convento, far da diversi Trapanesi alcune saline più appresso alla città di tutte l’ altre, eglino se gli opposero, adducendo il mal aere che a loro in prima, e poi alla città tutta insieme, cagionato se ne averia dalla vicinanza di esse. Laonde don Ferrante d’Urea (invero Lupo Ximenes de Urrea, vicerè dal 1465 al 1475), che in quel tempo era viceré, ordinò che né all’ora, né poi si potessero far saline nessune presso alla città ad un miglio, come chiaramente appar per sua vicereale provista fatta in Trapani l’anno 1477, e nell’Arhivio d’essa città con gli altri suoi scritti riposta".
Oggi, purtroppo la Salina Milo non esiste più... quando la salina scomparve, fu utilizzato per pista di decollo dei primi aerei che arrivarono agli inizi del novecento nella città.



Note storiche:
La caduta di Costantinopoli nel 1453 e la scoperta dell'America nel 1492, privarono il porto di Trapani della sua posizione privilegiata sulle principali vie commerciali del Mediterraneo, e L'attività della pirateria berberesca ebbe ripercussioni negative sull'economia Trapanese. In una lettere dei Giurati al Viceré De Vega si legge: "li marittimi sunnu stati dai corsari Turchi in gran parte capturari...; si è perso il commercio dei mari in questa città".

Saline di Trapani, periodo 1488 1490

Le saline di Trapani nel periodo tra 1488 e il 1490 si arricchiscono di numerose concessioni: è infatti il turno delle saline Chiusa e Chiusicella, Alfano, Modica, Reda, e Altavilla.

Salina Murana (1467)
Nel 1467, il 13 aprile, in Palermo, il viceré Lope Ximenes de Urrea concesse a Giovanni de Vicentio "licentiam construendi salinam prope fogias et in aliis quibus voluerit locis sui territorii vocati di Moraniu secus mare positum in confinibus civitatis Drepani et ampliare unam seu plures ex aqua dicti maris ut patet in viceregia provisione… ".
In pratica al De Vincentio veniva data la concessione di costruire una salina su quello che era il feudo dei Morana. In più gli fu concesso il permesso di poterla ampliare in seguito.
La salina negli anni a venire venne ampliata nella sua estensione verso ovest, inoltre nel lato Nord venne costruita un'altra salina chiamata "Salina Muranella"
Oggi la Salina Murana-Muranella non produce più sale, ma è utilizzata come fredda per una salina per produzione di sale industriale. Inoltre svolge contemporaneamente un servizio di peschiera.
Salina Chiusa Grande e Salina Chiusicella (1488)
Il Fardella scriveva che il vicerè nel 1477 aveva ordinato "che non si potessero costruire Saline, se non alla distanza di un miglio, all’oggetto di non produrre cattivo aere alli PP. Minori Osservanti, che tengono il di loro Convento dietro le mura della città (Ordine viceregio dato in Trapani)".
Trattavasi di una salina che il nobile Valerio Morana avrebbe voluto costruire presso i bastioni orientali della città. L’intento non era riuscito, il senato e i padri conventuali l’avevano impedito. Valerio avrebbe costruito molto più avanti, a Nubia, nell’anno 1488.
"habuit licentiam et facultatem pro se et suis heredibus in perpetuum sub servitio militari fabricandi et construendi salinas aque maris in territorio seu mari et stagni civitatis Drepani ubi melius sibi visum fuerit, variando de loco ad locum in dicto territorio mari seu stagnis vigore privilegii domini nostri regis dati Valentie XXVI° martii VI indictionis 1488 de quo emanavit viceregia exequutoria data Panhormi XXVIII maii VI^ indictionis eiusdem 1488 notata in libro cancellarie dicti anni f° 469. Et tandem dictus Valerius habuit salinam vocatam la Chusa grandi fecitque donationem certe partis dicte saline Sigismunde eius sorori uxori Jacobi Barlocta, viceregia tamen preeunte licentia. Et sic idem Jacobus maritus de dicta parte huiusmodi saline pro se et suis in perpetuum successoribus obtinuit a domino Joanne de Lanuza investituram datam Drepani X° martii VII indictionis 1504 notatam in libro cancellerie anni 1503 f° 520"
"Abbiamo avuto licenza e facoltà per noi e nostri eredi di erigere e costruire in conto servizio militare una salina con acqua marina nel territorio e acquitrino della città di Trapani, data in perpetuo, dove meglio fu visto, con modificare il luogo anche in altro posto stante il privilegio emanato a Valenza dal nostro sovrano il 26 marzo 1488, sesta indizione, del quale fu emessa a Palermo, nello stesso mese ed anno, la vice regia esecutoria, che fu trascritta nel Libro della Cancelleria, detto anno al foglio 469.
Infine, il menzionato Valerio ottenne la salina chiamata la Chiusa Grande e ne fece donazione di alcune porzioni alla sorella Sigismunda, moglie di Giacomo Barlotta, come prescritto in detta licenza. E in questo stesso modo fece il congiunto Giacomo in detta spartizione, che ottenne l’investitura dal signor Giovanni Lanza, in eterno per sé e suoi successori, che fu data il 10 marzo 1504, settima indizione, annotata nel Libro della Cancelleria, anno 1503, foglio 520".
Valerio Morana aveva licenza per se e per i suoi eredi, in perpetum, sotto servizio militare a fabbricare e costruire una salina nelle acque del mare del territorio della citta di trapani dove meglio preferiva . Valerio aveva fatto una donazione di almeno una parte di detta salina chiamata la Chiusa grande a Sigismunde, sua sorella, moglie di Jacobi Barlocta. Jacobi, il marito, accetta parte di tale salina per sé e per i suoi successori in perpetuo con investitura  ottenuta da  Joanne de Lanuza data a Trapani il 7 marrzo 1504 (Salina Chiusicella - divenuta nel secolo XIX Staiti- Platamone ed oggi Culcasi, sede del Museo del Sale). Dopo tale donazione familiare il Barlotta ed i suoi discendenti furono autorizzati a chiamarsi Morano Barlotta. In verità i documenti presentati da Francesco Morana, figlio di Valerio, per il processo di investitura, dopo la morte di Ferdinando il Cattolico, in data 16 gennaio 1519, sono molto più minuziosi del riassunto fatto dal Barberi nei suoi Capibrevi. Nell’omaggio rituale presentato al Re da Valerio Morana, in data 12 settembre 1489, si dice testualmente che il "nobilis vir Valerius Morana de civitate Drepani tenens et possidens virtute sui privilegi" dato in Valenza il 26 marzo sesta indizione dell’anno 1488 "de quo oportuna emanavit executoria … " "quandam salinam (anche se nei capitoli del suo testamento si parla di saline) sita in territorio dicte civitatis nuncupata la Chiusicella et Cala di la petra " nei territori "dilidemenij".
I testimoni dell’omaggio di Valerio sono personaggi molto importanti della corte vicereale e precisamente il regio tesoriere del regno di Sicilia Signore Alferio de Leofante, il maestro portulano Francesco Patella ed il regio segretario Madalena. Infine il processo d’investitura reca la fede di Vincenzo Garofalo credenziere della dogana di Trapani a favore di Valerio  Morana datato 8 gennaio 1516.
Salina Alfano - Calaci - Salina della Corte e Salina Badia(1488)

La Salina Calaci è collocata nella marina del territorio di Nubia, nel luogo dello Stagnuni, o più precisamente "in loco vocato li Stagnuni, in contrada terrarum di li Demecii, ut patet in suo regio privilegio" segnato in data 26 marzo 1488, concesso al giurista Priamo Capocio e suoi eredi in perpetuo. La sua superficie complessiva è di salme 4, tumoli 6 e mondelli tre, pari a ettari 11 circa.
Non sappiamo chi fosse Teseo Capocio, ma certamente un consanguineo di Priamo, ma alla morte di Ferdinando, nella ricognizione dei feudi inseriti nel Rollo, è lui che per mezzo del suo procuratore Valerio Morana ne prende investitura il 12 gennaio 1517. Ed è lo stesso Teseo, dice il De Spucches, che prende investitura il 14 gennaio dello stesso anno di un’altra salina, che aveva concessa da Ferdinando il Cattolico in Napoli il 31 marzo 1505 e da costruire a suo piacere sia nelle acque di Marsala sia in quelle di Trapani. Si tratta della Salina di Fra Giovanni, la cui storia s’intreccia con la Calaci. La Salina di Calaci, nel 1541, da una investitura, apprendiamo che venne denominata dell’Avvocato Fiscale e poi di Alfano. Infatti nel 1594 Giuseppe Alfano, percettore del Val di Mazzara, possedette la Salina, ma nell’agosto del 1596 morì e la salina ritornò certamente in mano della Regia Corte che l'aveva concessa in affitto.
Tutte le concessioni di Saline furono sempre fatte con la clausola del riscatto "quandocumque" da parte della Regia Corte. La salina Alfano rimane occultata per un secolo e di essa si avrà notizia, allorquando apprendiamo che la salina suddetta si trovava nel 1711 in possesso della Regia Corte. In quell'anno il dottore in legge Giovanni Brancaccio, come Commissario Generale del R. Patrimonio, escorporò la salina dal Patrimonio Regio  con le lettere date 28 novembre 1711, in Trapani. Quali Lettere furono insinuate nella Secreteria della Città di Trapani a 6 novembre 1711. Dietro di ciò, una parte delle salina Alfano, fu acquistata sotto nome di Salina della Corte dal Venerabile Grande Ospedale di Trapani chiamato S. Antonio. L'Ospedale, con atto stipulato dal Notaio Francesco Piombo di Trapani il 11 ottobre 1740, concesse la Salina, in una a tutti i suoi annessi e connessi, di cui principio è parola, ad Antonio Prinzi, e ciò sotto la condizione di pagare all'Ospedale onze 40 annuali a titolo di canone. Inoltre dispendervi onze 400 in benfatti nel termine di sei anni. Antonino Prinzi s'investì della Baronia della Salina feudale, detta della Corte, il 30 settembre 1762, per donazione fattagli da Antonio Prinzi, suo avo, in seno ai capitoli matrimoniali stipulati da Notaio Domenico Sura di Trapani il 6 giugno 1762 (conservatoria di registro, Investiture vol 1170 f.98 retro). Giovanni Prinzi risulta possessore della Salina di Calaci nel donativo del 1806.
Della Salina della Corte sappiamo che nel 1739 era  propria del Venerabile Ospedale Grande sotto il titolo di Sant’Antonio, e viene rimisurata nei giorni di 23 e 24 di novembre in salme 4, tumula 6 e mondelli 3 alla sottile, secondo la corda, alla presenza del Not. Francesco Piombo Procuratore dell’Ospedale.
Sempre nel suddetto anno si sa che una piccola parte della salina Alfano prende il nome di "Salina Badia" ed è di proprietà del Venerabile Convento della santissima Trinità detto della Badia Grande, viene misurata il 13 di novembre 1739 e la sua grandezza risulta a salma 1, tumula 12 e mondelli 3 seconda la corda. Assistono alla cordiazione il dott. Giuseppe Ferrara, Procuratore del Monastero, e Salvatore Piacentino Curatolo di detta Salina.
Salina Punta dell'Acquila - S. Cusumano (1488)

Abbiamo poche notizie di questa salina che ricaviamo in gran parte da un investitura del 20 ottobre 1742 di cui è appresso parola. "Sorge la Salina nella spiaggia marittima del mare di Trapani in contrada Punta dell'Acquila o Cavaliere".
Re Ferdinando il Cattolico la concesse a Valerio Morana e i suoi eredi in perpetuo, con suo privilegio, dato il 26 marzo 1488, ed esecutoriato a nel Regno a 28 maggio successivo. Fu prefetto di Trapani in detto anno (R. Cancell. reg. 170 f. 7 retro).
Priamo dde Capozio successe nel possesso della salina quale donatario del suddetto Morano, per atto di Not. Pietro Monaco, 16 maggio 1488.
Il magnifico Giovanni Antonio Montealbani l'acquisto dal Capozio o da Giacomo, suo figlio, agli atti di Notar Cataldo Tarsino di Palermo il 9 giugno 1546, e ciò per il prezzo di onze 40 (Lire 510).
Pervenne a Rosaria Fardella: non si sa la causale ne la data del titolo ne il nome del pubblico ufficiale che la redasse
Fra Vito Ferro l'acquistò da esso fardella per onze 200 (lire 2330) agli atti di Notar Pietro Saverio Russo di Trapani il 12 novembre 1688. Fu questi Cav. Professo dell'Ordine Gerosolomitano nel 1684. Nacque da Baldassere Ferro e di Stralonica Ferro Nobile (Minutolo, Memorie del Gran Priorato pag 280).
Giovanni Ferrola la possedette in seguito: sarà stato suo fratello. Egli la donò a suo figlio Alessio, Cavaliere di Malta. Tale donazione fu revocata da dettto donante con atto in Not. Alberto Drago di Trapani il 5 Aprile 1740. In esito a tale revoca, Giovanni Ferro prese investitura a 20 ottobre 1742 della salina della Punta dell'Acquila o Cavalieri (Conserv. vol. 1166, invest. foglio 51 retro) Mori a Trapani il 21 aprile 1746, come risulta da fede rilasciata dalla congregazione dell Carità di Santa Croce di essa città.
Baldassere Ferro ne prese l'investitura il 5 gennaio 1748.
Oggi la salina non esiste più. Al suo posto si trovano il "Resort dei Mulini" e "Hotel Baia dei Mulini". Con loro  realizzazione ne sono stati restaurati i fabbricati, compresi i due Mulini a Vento.
Salina Li Buchichelli - Modica (1488)

Nel 1488 viene concessa anche la Salina di “Li Bucchichelli  sive de porto in Drepano" a Giovanni de Gallo con privilegio dato in Valenza il 26 maggio VI indizione. La denominazione, riportata nel secondo volume dei Capibrevi, “Saline li Bucchichelli scrive de porto in Drepano” è errata, ma il giurista non se ne accorge, perché la lettura dei documenti conservati nell’ufficio del Protonotaro del Regno sono di difficile interpretazione. Non è, come dice il Barberi, De Portus Ioannes de Gallo, che ottiene il privilegio e lo trasmette ai suoi discendenti, ma è un certo Giovanni de portu gallo che riceve la concessione, e presenta omaggio al Re, tramite il suo procuratore, Joannes de Orlandinis. Il Gallo, dice il Barberi, ottenne nella consueta maniera, cioè come feudo "sub consueto servicio militare, quasdam Salinas, vulgo dictas li Bucchichelli, per eum construendas in territorio civitatis Drepani, ex aquis maris cum potestate variandi". La prima investitura viene ritrovata dal Barberi nella Regia Cancelleria in data 8 marzo 1491. Ma al tempo del Barberi viene posseduta da Nicolò Fardella, figlio di Giacomo delle Rivolte, il quale alla morte di Ferdinando, ne impetra la investitura nel 1516 e dichiara con scritture che la salina “nihil reddidisse” (non è completa). Intanto la salina o saline sono passate alla storia, come riporta la dicitura dell’Archivio di Stato di Palermo, con la denominazione “Salina del porto in Trapani”, anche se vulgariter si scopre poi detta delle Bocchichelle. Il problema di ritrovarne il sito non è soltanto di una salina come questa testé descritta, ma anche di molte altre che non sono più rintracciabili, perché trasformate nel tempo, per il cambio dei proprietari o per la distruzione delle stesse. Il territorio degli antichi stagni e lagune si è trasformato, il porto di Trapani ha subito modifiche notevoli, alcune saline sono state spezzettate e cambiato nome. L’investigazione storica sulle saline implica questioni di diversa natura; alcune di esse non furono mai costruite, di altre ne fu impedita la costruzione per problemi ambientali, di salubrità dell’aria, essendo vicinissine a qualche rione di case di cittadini che si ribellarono ed inviarono petizioni al Senato. La famiglia dei Gallo, ormai così denominata, sia negli Annali del Fardella sia nel Nobiliario del Notaio Spalla, figura tra quelle famiglie provenienti dalla città di Messina, con un Nicolò, Barone delli Xhanetici, al tempo dei tumulti chiaramontani, vice almirante di Trapani e con un Giovanni Signore della Salina delli Botticelli. Anche questa denominazione passa da Bocchicelle a Botticelli. Quale denominazione è più vera? Le trascrizioni onomastiche fino ad oggi, con l’I.G.M. soprattutto, recano i segni feroci delle storpiature linguistiche dovute alla mancata conoscenza della storia del territorio. D’altronde il Fardella scrive agli inizi dell’ottocento e copia integralmente il nobiliario Spalla, trascritto agli inizi del settecento, un secolo prima, dalle carte del Senato, dal Protonotaro e dall’Archivio Sieri Pepoli. Per non dimenticare le carte araldiche del Cav.Porto, il Mugnos trapanese, scomparse ed annegate all’interno dell’archivio citato della famiglia dei Pepoli (citato dal Mondello nella sua Bibliografia trapanese) Per una ragione prettamente di logica, attribuiamo a questa salina  il nome di quella che diventerà la Salina Modica. E' infatti per logica, una salina che segue l'unica già presente, la Milo, e ben si inquadra nel contesto ricostruttivo ricreato in seguito.

Salina Reda - Garraffello (1490)

Il Barberi prosegue con il descrivere la concessione della Salina di Reda, avvenuta con privilegio del viceré Ferdinando de Acuna, datato Palermo 18 agosto 1490. La concessione fu data al regio segretario Tolomeo Reda, come figura nel Barberi. Nel 1492 fu data licenza allo stesso Tolomeo Reda " per eundem viceregem faciendi bivarium piscium in territorio insulis et stagnis dicte civitatis ad regie maiestatis beneplacitum et etiam in loco salinarum cum provisione ipsius viceregis data Messane XXVI iulii X indictionis 1492".
La consessione è per adattare nel mare della Città di Trapani una Salina con acqua di mare, con l'obbligo di prestare servizio militare di un cavallo armatoper ogni 20 onze di reddito (lire 255).
La provvista è segnata in Palermo a 18 Agosto IX Indizione 1491. Fu confermata dal Re con provvista data a Granada nel 1492. In essa è detto che la concessione doveva procedere fino a che piaceva a S. M. Fu resa esecutoria a Messina il 26 Luglio 1492 ed  è registrata in cancelleria lo stesso anno al foglio 371. In seguito il Re emise Privilegio, dato a Granada il 20 maggio 1493 ed esecutoriato a Catania, a richiesta degli eredi del concessionario, il 15 Maggio 1494.
La descrizione del luogo dove doveva essere costruita era chiarissimo:
"dalla foce del fiume chiamato Dolce seguendo la riva che guarda a settentrione si risalga sino alle terre del nobile Roberto De Naso ed indi sempre verso settentrione sino alle acque del mare e poi seguendo il lido del mare verso Trapani sino alla via che si trova su quel lido ed è chiamata "la Via di Marsala" e per la stessa via si risalga per il lido del mare che è chiamato "Mare di Majorana" le quali terre ora sono del nobile Francesco Codino e alla cui estremità la dove la riva scivola alle acque del marevi è una pietra chiamata "Lu Vucazzu" e girando da detta pietra ci si rivolga verso Libeccio sino all'Isola di S. Giuliano scivolando alla punta di detta isola che guarda ad occidente e per la riva di questa isola circondandola fino all'altra punta che guarda anch'essa ad occidente ed a quest'ultima rivolgendosi verso mezzogiorno per una linea diritta attraverso le acque del mare sino ad un piccolo scoglio nel centro dello stagno e da questo scoglio sempre verso mezzogiorno sino alla predetta foce del fiume Dolce."

Tolomeo Reda fu Capitano di Giustizia a Trapani nel 1479/80. Nel 1498 a Tolomeo successe Giacobello, sposò questi la nobile Palma Fardella e morì ancor giovane, in un naufragio il 7 dicembre 1525. Con suo figlio Bartolomeo  sposo di Sivilla Mongiardino, si estinse la linea maschile di casa Reda, avendo egli avuto solo due figlie, una delle quali, Sivilla, fu terziaria Domenicana e l'altra, Giovannella, portò. alla morte del padre nel 1572, la baronia della salina Reda nel casato del marito, Simeone Vento e Ferro regio segreto. Una loro nipote, Anna, sposò un nobile fiammingo, Enrico Dich Scot Douglas il quale si trasferì in Trapani e la baronia rimase nel casato dei Dich sino al 1682, anno in cui Anna Dich sposò Giuseppe Fardella Crapanzano; La stessa, dieci anni dopo, si uni in seconde nozze a Giovanni Maria Omode. I figli maschi di questi matrimoni furono quei Blandano Fardello e Enrico Omodei che vedremo protagonisti dell'opera di rinnovamento della salina. Non avendo avuto il primo discendenti diretti, la salina passo interamente nel casato degli Omodei e da questi in quello dei Riccio, baroni di S. Gioacchino. Nel 1872, in conseguenza di una lite intercorsa tra i figli di donna Francesca Omodei (gia sposa di Placido Riccio, Barone di S. Gioacchino) ed un omonima cugina di questa, altra donna Francesca Omodei, sposa di Emanuele Milone, barone di Aliminusa, da quale vantava una cospicua dote sulla salina Reda che non era stata soddisfatta, il tribunale civile di Trapani, pose la salina al publico incanto. Se ne rese aggiudicatorio nell'udienza del 5 ottobre dello stesso anno, per la somma di lire 144010, l'avvocato Giacomo D'alì nella cui famiglia la salina reda rimase , continuando i suoi ritmi produttivi e ricevendone ulteriori trasformazioni e miglioramenti sino al 1961, anno in cui la salina conflui insieme ad altre nella SIES (Società Industriale Estrazione Sali) spa cui ancora oggi in parte, appartiene (pur se non funzionante perché logisticamente periferica nella struttura degli impianti razionalizzati ed ammodernati alla suddetta società
In molte carte, troviamo questa prima realizzazione della salina Reda, nominata come Carraffello (o Garraffello). La Salina Reda era una tra le più grandi saline Trapanesi, oggi è in grandissima parte interrata. Tra i vari scempi che sono stati perpetrati al suo posto sul suo territorio, troviamo l'Autoparco Comunale di Trapani.
Salina Altavilla  (1492)

Salina Altavilla è una salina collocata al centro dell'Isola Lunga (S.Teodoro) e fu concessa la costruzione nel 1492 a Gerardo de Bonanno.In principio la concessione doveva essere una tonnara L’ascesa politica ed economica di Gerardo è ricostruita dal Trasselli (Da Ferdinando il Cattolico a Carlo V. L’esperienza siciliana 1475-1525, 2 Voll. Soveria Mannelli (CZ), 1982, pp. 766-767) che afferma: «Gerardo Bonanno era un uomo importante, Maestro Razionale già sul finire del secolo XV, nel 1502 intraprende la costruzione di una salina nello Stagnone di Marsala ed è autorizzato a costruire una torre merlata per sicurezza degli operai nella vigna che ha sull’isola di Tavila, da identificare con l’isola di San Pantaleo su cui sorgeva l’antica Mozia. Nel marzo 1507 è nominato commissario per la cattura dei delinquenti, con l’autorità di vicario in tutto il Regno. Nel 1508 il re gli conferma il feudo dell’isola Tavila concessogli da re Giovanni; nel 1509 è anche Pretore di Palermo e Deputato del Regno; nel 1511, quale Maestro Razionale, fu destinato a Tripoli dove gli venne assegnata una casa delle migliori; ma non è detto che abbia raggiunto l’Africa. Nel 1516 viene mandato dal De Luna in qualità di Vicario a rimettere ordine a Corleone. Una scelta che il padre Gerardo Bonanno paga, il 23 luglio 1517, con l’uccisione, per mano dei rivoltosi capeggiati dallo Squarcialupo, e con il saccheggio della casa. Il fratello primogenito Giovanni Giacomo, anche lui fatto oggetto delle ire dei rivoltosi, riesce abilmente a sfruttare la situazione particolare venutasi a creare a seguito dei moti e della loro repressione, consolidando le fortune della famiglia. Infatti, ottiene da Carlo V sia di subentrare al padre nella carica di Maestro Razionale, sia di avere un ristoro economico delle perdite patrimoniali subite dalla sua famiglia. Giovanni Giacomo, utilizzando questa sovrana disposizione, ottiene un terreno appartenente al defunto Alfonso La Rosa, del valore di onze 540.15. Inoltre, a Bonanno sono consegnate onze 100, in due partite per mano del Tesoriere. Per la rimanente somma, il Bonanno chiede l’assegnazione del feudo della Ganzaria, pervenuto alla Regia Curia "per li demeriti et delitti commissi et perpetrati" da Antonino Gravina di Catania, il cui valore è calcolato a ragione del 7%.
Nel 1763 Francesco Adragna si investi  della Baronia di Altavilla, per concessione enfiteutica fattagli da Domenico Corvino e Caccamo, Principe di Mezzojuso.

Salina Abrignano  (1499)

Un frustolo di terreno della salina Reda fu concesso a Giovanni Pujades in feudo per costruire un’altra salina in perpetuo. La concessione riporta la data Palermo 28 luglio 1499. La salina del Pujades è la stessa che viene riportata dal De Spucches, allorquando tratta del titolo di Barone dell’Isola e Salina di San Giuliano. Successivamente questa salina, sita nel territorio della città di Trapani, nominata la Isola di San Giuliano (ma non trovavasi sul litorale della spiaggia dell’odierna San Giuliano, ma a sud del porto di Trapani), pervenne in mano della famiglia dei Bandino o Bandini e poi agli Abrignano, famiglia federiciana di origine ravennate. Infine la salina pervenne ai Ciambra, discendenti da un regio algoziro che aveva fatto man bassa durante la cacciata degli ebrei e poi, nel settecento ed ottocento, pervenne ai palermitani Cadelo. La salina  fu costruita di fronte all’isoletta di San Giuliano, a sud della parte più interna del porto, verso l’Ospizio marino. In seguito fu ampliata con la costruzione di un'altro pezzo di salina chiamata Brignanello ( o Abrignanello). Oggi è in grandissima parte interrata spezzettata in più carature e non più funzionante.

Saline di Trapani, periodo 1504 1507

Le saline di Trapani nel periodo tra 1504 e il 1507 si arricchiscono di numerose concessioni: è infatti il turno delle saline Anselmo, Calcara, Collegio, Ettore e Infersa, mentre sull'isola Lunga si aggiungono le saline Fra Giovanni e Curto.
Salina Anselmo  (1504)

Il liber de secretiis del Barberi termina con la salina Anselmo, concessa da Ferdinando il Cattolico ad Antonuccio de Anselmo nel 1504, nello stesso anno in cui concede il privilegio ad Antonio de Alfonso per costruire la Calcara. Si legge: "habuit a domino nostro rege Ferdinando confirmationem in perpetuum viceregie confirmationis provisionis concessionis saline et biverii in territorio Drepani pro se et heredibus tam masculis quam feminis de suo corpore legitime descendentibus ut patet in privilegio dato Metine del Campo XXII martii VII^ indictionis 1504". Contemporaneamente ebbe anche in quell’anno la salina chiamata “la Paparotta” e il " biverium in partita appellata San Cosmo et Damiano ut patet in dicto libro et folio". Dai riveli di Trapani del 1593, conservati nell’Archivio di Stato di Palermo, apprendiamo che Gaspano Anselmo dichiara la sua salina e ne chiarisce ancor meglio la posizione geografica. Dichiara di possedere una "Salinetta esistenti in li mari di questa città di Trapani et in contrada di la Paparotta, confinata di una parti con la salina grandi (Salina Grande) di lu baruni di Siculiana" con un reddito di 120 onze. La salina di Antonuccio de Anselmo è sempre quella di oggi, in contrada Nubia, non più funzionante come salina ma dedita alla piscicoltura, ed appartiene oggi alla Famiglia Piacentino, con una estensione di circa 27 ettari.
Salina Calcara  (1504)

Il 17 Novembre 1504 Ferdinando il Cattolico, con privilegio emesso nella città reale di Medina del Campo, concesse al Vice Almirante di Trapani Antonio Alfonso  o de Alfonso, famiglia portoghese,  il diritto di impiantare una salina.
   In virtù della lettera esecutoria datata in Palermo 10 Agosto 1505 VIII^ indizione  venne data la concessione di scegliere un luogo o diversi luoghi vuoti in cui poteva essere fabbricata la salina e con la successiva lettera esecutoria del 12 Luglio 1506 IX^ indizione  prese il possesso del luogo della Calcara:
   “ fuit…inductus in possessionem dicti loci vocati Insula Calcara ubi fuit fabricata dictam salinam….cum usu dictae insule et maris accessu comunitate domorum intra salina seu intra insula….ac cum omnibus litoribus et variis edificijs “.
   Con atto del 10 Dicembre 1555 il figlio Francesco vendette, presso il notaio Giacomo Barlirio, la salina della Calcara ad un certo Luca Lo Valvo, gravata da censo a beneficio della famiglia di Guglielmo Fardella. Poi, il figlio Alessio de Alfonso, come si rileva dai documenti dell’Archivio della Curia Vescovile di Trapani,  ed avendo nelle more ricomprato la salina,  fece edificare la chiesa o cappella di S. Alessio nell’Isola di Calcara. "in una sua insula dove teni una salina nominata la insula Calcara". Avendo egli edificato sull’isola "una turri cum multi stancij, eresse la cappella separata da detti stancij, con la porta dentro lo baglio".
La salina Calcara venne ampliata in seguito con la costruzione della parte della salina più grande, quella a sud, sfruttando una vecchia concessione fatta nell’anno precedente da Ferdinando, quando concedette al regio algozirio Tommaso de Chambris, o Ciambra come poi divenne, di potere creare una nuova Salina chiamata "di li Bilichi", in "frontispicio insule di la Calcara", quindi di fronte alla Calcara per se e i suoi successori in perpetuum, sub consueto militari servicio. Il privilegio porta la data del 10 marzo 1506 e venne dato in Astorga.
Salina Fra Giovanni  (1507)

Per quanto riguarda la Salina di Fra Giovanni, sappiamo ormai che Teseo Capocio (lo stesso della Salina Calaci) ottenne licenza di potere costruire una Salina nel mare di Marsala o di Trapani, con privilegio dato in Napoli il 31 marzo 1507. Il possesso della concessione avvenne agli atti di Notar Bitino di Marsala il 12 marzo 1511 ed il luogo prescelto fu l’isola di Fra Giovanni, presso Marsala. I successivi movimenti della proprietà si evincono dall’investitura di Giovanni Giorgio Rubeo, che aveva acquistato la salina dal figlio di Teseo, Aurelio Capocio nell’anno 1562. La successiva investitura a favore di Pietro Cardinali, nipote del Rubeo, avvenne nel 1576. La famiglia dei Cardinali donò successivamente la Salina al Collegio di Gesù di Marsala nel 1724, che vendette la salina ad Andrea Palma, che stabilì un fedecommesso agnatizio primogenitale a favore del figlio Vincenzo. Il passo successivo avviene, allorquando nel 1768 Pietro Morello s’investe della salina e suoi aggregati con il titolo di Barone, come nominatario di Giuseppe Pellegrino che si era reso compratore, pro persona nominanda, da potere della Giunta di Sua Maestà eletta per l’Amministrazione dei beni degli espulsi Gesuiti. I Morello vissero a Trapani e l’ultimo barone fu Arciprete di San Pietro. L’ultima investitura del titolo avvenne nel 1803, e poi infatti per mancanza di eredi successibili tornò alla Corona. Ma nel 1903, con lettere patenti, Michele Domingo Morello, dimorante in Mazara, ottenne il riconoscimento di Barone della Salina di Fra Giovanni. Infine pervenne la salina nelle mani degli eredi del marchese Enrico Platamone.
Salina Collegio  (1507)

La salina di Jacopo Sieri sarà poi denominata "della maddalena" perchè era collocata in uno stagno che si estendeva dalla Chiesa della Maddalena "ad figulos idest Quartarari", cioè in zona antecedente a quella successiva dove si collocarono definitivamente, poi, gli “stazzunari”, più a nord, nell’odierna piazza Martiri d’Ungheria (ex Standa) .
Quindi all’interno della salina vi era un’isoletta che affiorava appena, che era chiamata dei Quartarari, probabilmente per l’attività che vi si svolgeva, una fornace che produceva “maduna, ciaramiri e giarre”.
Per una maggiore precisione le saline erano due e venivano chiamate "Arena e Isola" ed erano collocate più a sud dell’attuale Piazza Martiri d’Ungheria (ex piazza Stovigliai), lungo l’attuale via Fardella, fino al mar meridionale (nei pressi del porto) , da dove entrava l’acqua attraverso un canale.
Il ricordo, pertanto, degli stazzunari che i trapanesi odierni avevano nel novecento, non corrisponde affatto a quello dei secoli XVI e XVII.
I confini della salina vengono descritti in un atto di ingabellazione della stessa, rogato dal notaio G. Testagrossa di Trapani del 23 marzo 1628:
"una cum mare aironibus  casellis caudis canalibus limitibus   cum juribus et pertinentijs suis universis, sitam et positam in contrata Sancti Leonardi, seu della Rina et dell’Isola et della plaia, confinatam cum via publica ex parte septentrionis, cum mare seu plano arena Universitatis huius Civitatis Drepani ex parte occidentis, cum Salina Francisci Sieri, baronis Rabicis ex parte meridiei, et alijs signi sunt”.
La concessione fatta da Ferdinando il Cattolico a Jacopo Sieri camminava di pari passo con quella data ad Antonio de Alfonso, fin dal 1504, allorquando Sua Maestà ne concesse la possibilità di poterle costruire, con lettera segreta inviata da Medina del Campo a Giovanni de La Nuca nel novembre di quell’anno.
L’esecutorietà viene data, per la Calcara, a Palermo il 10 agosto 1505, mentre a Jacopo Sieri viene data in Castel Novo il 31 marzo del 1507.
Per il 1505 l’annalista Giuseppe Fardella riporta una notizia interessante riguardante la salina.
"li giurati scrivono al Vicerè con rappresentanza de’ 9. giugno di proibire a Gacomo Sieri de Pepoli di fabricare Salina nel piano della Rina per il danno, che arrecherebbe alla città, e specialmente alli PP. Minori Osservanti, li quali hanno il loro convento ivi vicino, e questo in esecuzione degl’ordini del Vicerè Fernando di Acugna, il quale proibì a Valerio Morano di fabricare salina nello stesso luogo, non ostante la concessione reale".
Si ripeteva quanto già era occorso nel 1477. Il Fardella scriveva che il vicerè aveva ordinato "che non si potessero costruire Saline, se non alla distanza di un miglio, all’oggetto di non produrre cattivo aere alli PP. Minori Osservanti, che tengono il di loro Convento dietro le mura della città (Ordine viceregio dato in Trapani)".
Trattavasi di una salina che il nobile Valerio Morana avrebbe voluto costruire presso i bastioni orientali della città. L’intento non era riuscito, il senato e i padri conventuali l’avevano impedito. Valerio avrebbe costruito molto più avanti, a Nubia, nell’anno 1488.La faccenda è ricordata anche dal Pugnatore, anche se non c’è concordanza con il nome del viceré che dette l’ordine.
Nel paragrafo in cui si tratta della prima venuta in Trapani dei frati di Santa Maria di Gesù detti Zoccolanti della regolare osservanza della regola di San Francesco, nell’anno 1473, viene detto dal Pugnatore che "volendosi poscia, e quasi in su lo stesso principio che essi zoccolanti avevano incominciato il loro convento, far da diversi Trapanesi alcune saline più appresso alla città di tutte l’ altre, eglino se gli opposero, adducendo il mal aere che a loro in prima, e poi alla città tutta insieme, cagionato se ne averia dalla vicinanza di esse. Laonde don Ferrante d’Urea (invero Lupo Ximenes de Urrea, vicerè dal 1465 al 1475), che in quel tempo era viceré, ordinò che né all’ora, né poi si potessero far saline nessune presso alla città ad un miglio, come chiaramente appar per sua vicereale provista fatta in Trapani l’anno 1477, e nell’Arhivio d’essa città con gli altri suoi scritti riposta".
Bisogna supporre che vi siano state diverse ordinanze vicereali, oppure probabilmente i due storici, che vivono in epoche diverse, avessero scambiato i nomi dei viceré.
La salina era da costruire sotto le mura quasi, si costruì poi a qualche centinaio di metri più avanti. Il Viceré era cambiato. La sostanza della questione risiedeva nel fatto che più vicina al porto era la salina, da costruirsi, più facilitato era il carico e l’imbarco del sale sulle navi.
Jacopo poi ne trasferì il diritto al nipote Francesco, che a sua volta lo passò ad un certo Gaspare Ledon, con atto del 4 agosto 1557, rogato presso il notaio Giacomo Barlirio di Trapani.
Gaspare Ledon, spagnolo, era il Regio Segreto di Trapani già dall’anno precedente, divenne poi Giurato nel 1561 e Capitano di Giustizia regio consigliere nel 1562.
E’ giusto far rimarcare che a cavallo dei due secoli, secolo XV e XVI, era avvenuto un exploit di concessioni di privilegi per l’impianto di saline in Sicilia, soprattutto nella parte occidentale, dove era più facile costruirle per le condizioni atmosferiche e per quelle geomorfologiche, per la speciale condizione del litorale. I beneficiari, come non era mai avvenuto prima, sono per lo più personaggi di rilievo della aristocrazia urbana delle città, ma anche alti burocrati verso i quali i sovrani aragonesi hanno una particolare predilezione, come detto precedentemente, per la fedeltà dimostrata nell’esercizio delle proprie funzioni pubbliche, soprattutto militari. E’ veramente una gara per ottenere i nuovi feudi, ma anche una nuova predisposizione al commercio  del sale. Ai feudatari si affiancheranno, per tutto il cinquecento ed il seicento, gli arrendatari di sale, ingabellatori di saline, gabelloti e curatoli di saline, vicini alle famiglie ricche e potenti della città.
Fra i nuovi gabellieri figurano nomi illustri come Alessio Alfonso e Giovanni Vincenzo Morana, ma poi i napoletani Jannantoni e nel seicento domineranno la scena del commercio del sale i napoletani Tipa che tra il tonno ed il sale saranno i Florio ante litteram nella Trapani del tempo, arrivando anche alle cariche pubbliche, senatoriali, ed alla piccola nobiltà urbana, mediante eccezionali alleanze matrimoniali ( Fardella, Staiti et..). Nell’anno 1583, come riferiscono gli storici, le saline del trapanese sarebbero divenute sedici, con una produzione di almeno cinquantamila salme.
Per rimarcare un’osservazione che mi viene spontanea, sono convinto che i due personaggi, Antonio de Alfonso e Jacopo Sieri, barone di Fiume Grande, dovevano essere molto amici oltreché parenti, per il matrimonio contratto da Antonio con Violante de Sigerio, nobildonna trapanese, figlia di Matteo I de Sigerio, signore della Xarbucia.
Anche i Sieri, quindi, vendono a metà del cinquecento una metà della loro salina, concessa loro da Ferdinando nel 1504, a don Gaspare Ledon che agisce come procuratore di don Giovanni de Pineydo, gran personaggio, che risulta essere stato il fondatore del Collegio gesuitico di Trapani. Nobile spagnolo, militare, nativo di Pamplona, probabilmente amico della cerchia degli amici  di Ignazio di Loyola, aveva già fondato il collegio della sua città. E tra gli amici del futuro sant’Ignazio, figurano anche gli Alfonso. Nicola Alfonso è uno dei sette giovani che riunitisi insieme ad Ignazio di Loyol sulla collina di Montmatre, in raccoglimento nella cripta della cappella dedicata a san Dionigi, pronunziarono, ad un ad uno, ad alta voce, i voti religiosi, promettendo di servire Dio in castità e povertà.
Strane coincidenze. Nello stesso periodo, tra la metà del cinquecento ed il 1585, il Fardella colloca l’arrivo della famiglia Ledon e della famiglia de Pineyda. Sono militari che stringono alleanze matrimoniali in Trapani e vi restano ad esaurimento genealogico. I Ledon sono di Barcellona ed erano stati al seguito di Carlo V nell’impresa di Tunisi, mentre i de Pineydo, conterranei di Sant’Ignazio di Loyola, erano venuti a Trapani per esercitare la carica di Governatore della città per ordine del Re.
Nell’atto di donazione della salina della Maddalena, rogato in notaio Giacomo Barlirio del 29 agosto 1583, da parte di don Giovanni de Pineydo ai Gesuiti, si dice che quest’ultimo avesse dimorato a lungo a Trapani e più precisamente  "Drepani diu cum imperio commoravit…". Il comando militare della piazza di Trapani. Nell’elogio dell’annalista Fardella, il de Pineydo proveniva da Pamplona, dove aveva fondato il Collegio di quella città. Sicuramente Ignazio e Giovanni erano stati insieme nella difesa di Pamplona del 1534, quando questa città venne attaccata dai francesi. A Trapani il de Pineydo non perde tempo e stringe alleanza matrimoniale con la nobile famiglia Vento. Melchiorra de Pineydo, infatti, sposerà Assuero Vento, barone del Mezzograno. Tre pegni d’oro ( o pigne ) campeggiano nel loro stemma il cui scudo è di colore azzurro.
E’ giusto precisare, a questo punto, che la salina della Maddalena prendeva la sua denominazione da una chiesa collocata in mezzo alle saline, in un luogo che il Serraino definisce nel cuore dell’odierno quartiere delle Palme ( oggi Sant’Alberto), vicino la strada di San Leonardo. Trattasi di una chiesa medievale, sorta nel trecento, nei pressi della chiesa di San Vito, ambedue scomparse nel tempo, per il continuo trasformarsi delle saline trapanesi.
Successivamente alla donazione del governatore de Pineydo, la salina venne detta “del Collegio” e confinava, dice l’Oddo, con la salina Milo e con la salina Modica, dalle quali era separata da un canale di adduzione dell’acqua marina e per il trasporto del sale verso il porto. La sua posizione si può riscontrare in maniera chiara, nella pianta topografica del territorio del Comune di Trapani, redatta dal topografo Francesco Fontana nel 1855 per ordine dell’Intendente borbonico di Trapani.
Che fine fece la salina dei Gesuiti, la cui acquisizione fu complessa e travagliata? E’ un’altra storia che andrebbe riscritta, tuttavia dopo la loro espulsione dal regno, avvenuta nel 1769 , la salina venne acquisita dal governo borbonico che nel 1824 la concedette in enfiteusi all’Amministrazione dei Dazi Indiretti di Napoli. Dopo l’unità d’Italia, la salina venne concessa, nel 1865, in affitto a Francesco Caracausa, famoso salinaio palermitano che già possedeva la salina di San Cusumano, per la durata di 12 anni. Successivamente lo Stato vendette nel 1875, la salina del Collegio ai consiglieri comunali cav. Giuseppe D’Alì e barone Girolamo Adragna che erano legati da parentela.
A questo punto sembrerebbe chiusa la storia della salina dei Gesuiti, ma invece, dopo l’acquisto, avvenne una diatriba lunghissima, si scatenò una controversia giudiziaria tra il Comune di Trapani e i due nuovi proprietari.
Molto istruttiva è la memoria difensiva prodotta per la Cassazione dall’avvocato Santi Cacopardo per il Comune di Trapani. I nuovi acquirenti volevano creare una nuova vastissima “fridda”, estendendo la Salina del Collegio nel demanio comunale, di cui d’altronde avevano acquistato già 18 lotti a titolo enfiteutico. Adragna e D’Alì sostenevano di essere stati defraudati di una superficie di metri quadrati 38000, perchè la salina, nei secoli precedenti, si sarebbe estesa verso ponente, fin sotto le mura della città, nella zona detta Pantano, o Piano dell’Università o Marinella ( nella zona delle attuali via Spalti e via Mazzini e verso sud su tutto il mare denominato di Maiorana). Ribadisce il Cacopardo ed anche l’Oddo che i due cognati, Adragna e D’Alì, non erano dei discendenti defraudati degli antichi proprietari della salina, ma degli acquirenti che avevano acquistato un bene ben definito posto in vendita dall’Amministrazione dello Stato con gli stessi confini con i quali era stato in precedenza affittato al salinista Caracausa.
Una storia travagliata ed avventurosa quella della salina dei padri gesuiti, in cui i protagonisti sono alla ricerca della ricchezza e del potere economico, da Jacopo Sieri al Giovanni de Pineido, fino ad arrivare al Caracausa e poi infine a Pepè Alì e a suo cognato barone Adragna, che avevano grandi interessi nel mondo del sale, da Trapani fino allo Stagnone di Marsala, all’isola d’Altavilla, dove scateneranno anche un’altra causa lunghissima contro il Comune di Marsala, sempre per motivi  di sconfinamenti indebiti, di abusivismo antico, ante litteram.

Salina S. Teodoro - Curto  (1507)

Nel  1507 venne data la concessione dellla Salina di San Todaro nel mare di Marsala, insieme al "Thonum" (tonnara e non salina come dice il De Spucches, allorquando esamina il titolo di barone della Salina di San Todaro). "Franciscus de Curto, tanquam filius quondam Andree de Curto, tenet et possidet Salinam vocatam de Sancto Theodaro, sitam in mari Marsalie, et Thonum vocatum di la Gructa malfitana, situm in mari Drepani, in feudum, sub servicio militari unius equi armati, virtute Regjj privilegij dati in Castronovo Neapolis, XXVIII Marcij X inditionis 1507… ". Dopo diverse investiture dei De Curto, la salina passò ad Anna Fardella, come erede universale di Onofrio Lo Curto, suo marito, nell’anno 1720. Il titolo di Barone della Salina di San Todaro pervenne infine in casa Sieri Pepoli, mentre il possesso reale della salina pervenne in casa Stella, marchesi della Gran Montagna, ai quali rimase soltanto il titolo di Signori della Salina di San Todaro, incorporato alla regia corte agli inizi del secolo XIX, per mancanza di riconoscimenti ed investiture. Oggi, la salina, di proprietà di Giacomo D'Alì Staiti, ha una superficie complessiva di circa 66 ettari ed è una delle più grandi di Trapani.
Salina Ettore e Infersa  (1507)
San Martino De Spucches tratta del titolo di Signore della salina della Infelsa e non Infersa, già metà Salina di Villa di Mare in Marsala. Ferdinando il Cattolico con suo privilegio datato in Napoli il 31 gennaio del 1507 accordò ad Antonio Vincenzo de Grignano la facoltà di potere costruire o far costruire saline d’acqua di mare, dentro l’Isola, gli stagni e le rive del mare di Marsala e di poterle ritenere in feudo per sè e i suoi successori. Il De Grignano nominò la Salina, Ripa della città di Marsala e s’investì il 21 agosto 1508. Da Ettore Grignano, per acquisto, la Salina passò nelle mani di Giovanni Antonio Emanuele e poi alla famiglia Maiorana. Successivamente Costantino Isgrò s’investì della Salina Villa di Mare nel 1723, per intermediam personam, come figlio di Anna Isgrò ed  Emanuele e come chiamato e sostituto di Giovanni Pietro Emmanuele. Il seguente passaggio avviene nel 1777 per acquisto fatto, con verbo regio, da Maria Rosalia Moncada e Branciforte da potere dell’Isgrò. Le ultime investiture, nel 1803 con Michele Platamone Moncada e nel 1804 con Vincenzo Milo Sansone, per acquisto fatto da quest’ultimo da Baldassare Testagrossa, acquisitore all’asta pubblica, pro persona nominanda, da potere di Michele Platamone. Nel 1880 già le due saline Ettore ed Infersa ( ormai così denominata) arrivano per acquisto nelle mani di un imprenditore Trapanesei, il Senatore Giuseppe D’Alì. Insieme le due saline hanno una superficie complessiva di ettari 85 circa ed oggi appartengono ancora alla famiglia D’Alì.
Salina della Grazia o Paceco Vecchia (1507)
Nell’anno 1507, Ferdinando il Cattolico concede a Giacomo Fardella, futuro fondatore di San Lorenzo la Xitta, di potere costruire una salina "in territorio civitatis Drepani". Il privilegio è segnato a 26 marzo 1507 X indizione, in Castelnuovo di Napoli, ed esecutoriato a Palermo il 18 aprile dello stesso anno. La salina è nominata “della Grazia”e successivamente il figlio di Giacomo, Nicolò Fardella, a causa dell’assenza del padre, prese l’investitura a 16 febbraio 1517. Giacomo, vice almirante di Trapani, era assente dalla sua città, perché era dovuto fuggire a causa dei tumulti avvenuti in seguito alla morte del re ed alla cacciata del viceré Moncada. I tumulti erano dovuti ai dissidi avvenuti nella città, con particolare "disgusto" tra le famiglie Fardella e Sanclemente ed affini, a causa delle pesanti imposizioni fiscali e vessazioni dovute alla politica del viceré Moncada che era fuggito in Messina. Il Fardella, rigorosamente lealista nei confronti della corona aragonese, dopo aver avuto saccheggiata la casa e bombardata la sua torre, era andato a chiedere giustizia al giovane sovrano Carlo V in Bruxelles e l’aveva ottenuta con risarcimento dei danni subiti. Il 15 febbraio 1517, infatti, Giacomo Fardella ottenne da Carlo V di potere fabbricare e popolare le terre della Chita, ovverosia di San Lorenzo la Xitta. La Salina della Grazia, poi denominata “Paceco la Vecchia”, arriverà poi alla fine del seicento agli eredi dei Fardella, i principi Sanseverino di Napoli.

Le Saline Marsalesi Salinella  e Lazzara-Genna (1500 Circa)
Sempre intorno al 1500 vicino alla città di Marsala si costruirono due piccole saline:
La salina "Salinella" proprio alle porte della città di Marsala, di cui oggi non esiste più nessuna traccia se non nel nome della litoranea marsalese (Lungomare Salinella) e la salina Genna ubicata tra la città di Marsala e le saline Ettore e Infersa.
La "Salina Lazzara" chiamata anche "Genna", prima abbandonata, negli anni 90' fu oggetto di restauro dalla famiglia D'alì nella persona della Signora Maria Solina, madre del Senatore Antonio D'Alì. La salina ando in produzione per alcuni anni, poi a causa dell'antieconomicità del progetto fu abbandonata. Ultimamente la salina è riandata in produzione ma i conduttori si sono scontrati con i vecchi problemi avuti in precedenza e quindi la salina è oggi inattiva.
Situazione delle saline Trapanesi nel 1500
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