Storia delle Saline di Trapani pagina 2 - Cuordisale sale marino integrale - Saline di Trapani

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Le Saline
La prima descrizione storica del sale e delle saline di Trapani (1560)

Il primo a dare una  descrizione tecnica del funzionamento delle saline di Trapani fu lo storico Pugnatore, nel capitolo XXI della parte quinta della “Historia di Trapani”, scritta alla fine del secolo XVI.
Trattando "dell’accrescimento delle saline di Trapani, e della congelazione del sale di mare, con un intiero ragguaglio di ciò che a quello appartiene" il Pugnatore, ovverosia capitan Lazzaro Lo Cadello, scrive che: "queste saline, adunque, sono certi ripartimenti di spazj del margine del mare, chi maggiori e chi minori di sito; e tutti l’uno accanto all’altro in su l’ugual superficie del littoral terreno ordinati, e tra sé stessi, con argini di terra alti d’ogn’intorno ai sei et otto palmi per uno, distinti: i quali ripartimenti sono l’està dal flusso del mare inondati, e spezialmente all’ora che la luna riempie tutto il suo tondo; et al tempo che, mancando ella, l’acque s’abbassano, restano parimenti abbandonati da loro. Questi ripartimenti perciò sono in principio dell’està, et all’or che crescono l’acque del mare, riempiuti, entrandovi per un’apertura che in ogn’uno di loro è lasciata in guisa di porta; la quale dapoi, essendovi l’acque in colmo cresciute, col terreno si chiude. Laonde l’acqua, che dentro in guisa di stagnante infin al sommo degli argini resta, quantunque il mar se le abbassi col mancar della luna d’intorno, sotto il calor degli ardenti raggi solari si coce; et, in cocendosi, si condensa in guisa che come pietra s’indura, se accidente di pioggia o di qualcha altro grande stemperamento di aere freddo non le sopraviene, essendo queste le sole due cose che al congelamento del sale sono sommamente contrarie. Il qual sale dapoi, innanzi al comminciar dell’ordinarie piogge dell’autunno, con pali di ferro si spezza in minuti fragmenti, i quali portatisi appresso fuori del loco, ove il sale si ha fatto, si riducono in su l’asciutto lido vicino, onde poi alle navi che il comprano a carricar con le barche si porta.
Questo sale trapanese fu da Plinio per ottimo infin al suo tempo celebrato, il qual tuttavia se non nelle saline che oggi sono più meridionali delle altre all’or si faceva. E però oggi, che elle sono assai più, i Trapanesi ne fanno grandissima vendita, con lor grand’utile insieme, abenchè comunemente non vaglia più d’un terzo di scudo per salma, la quale è la mità meno di quella del grano. Perché poi Trapani abbia sola in Sicilia il litto disposto a farvi le tante saline, che dette si hanno, ciò è in prima per cagione del fondo che il mare vi ha basso assai, et uguale d’intorno, e però molto atto ad esservi per largo tratto da esso mare inundato; e poi per cagione della gran tranquillità che vi è stata sempre dall’isole Favignane, che gli sono a rimpetto, e dal proprio sito di Trapani insieme, d’intorno prodotta. Tutti i quai lochi liberano, e spezialmente l’està, quel suo più meridioni litto, dove furon le prime saline, da quella inondazione soverchia che al tempo de’ venti libico, ponente e tramontana gli potrebbon far danno. Cominciatosi poi, appresso a ciò, a far dal fiume Chita le due isole, che vi son più delle Favignane vicine, e cioè la Bassa e la Calcara, et insiememente pur anco quella di santa Margherita colle savorre dalle navi gettatevi, s’incominciarono eziandio a far in su ‘l litto, che inverso loro è più prossimo a Trapani, di quell’altre saline c’or vi son più vicine, ricevendo tali isole i primi colpi de’ flutti del mare contrarj. Dal che si fe’ che l’acqua di dette saline incominciò a restarvi quasi sempre sì come stagnante, et in guisa di morta, con lasciar perciò il terreno alle saline grandemente disposto.
E’, oltre a ciò, cotal sale, sì come eziandio è quello d’ogni altro loco di mare, assai miglior di ogni sale minerale di Sicilia, dove in molti lochi si cava, così per temperamento di salsegine, come per bianchezza, e per conservazion di durezza, con le quali tre cose il sale di ciascun loco si prova. Generasi la sua salsegine dalla mescolanza di una qualità secca, che nell’acque del mare, ond’egli si fa, è dal calor del sol cagionata. La sua temperanza viene dalla umidità della materia acquosa, di cui egli in prima sin genera, e poi dalla qualità secca, che (com’è detto) gli sopraviene dal calore del sole in tale materia operante: le quali due qualità, nel soggetto del sale vicendevolmente insieme mescolandosi, lo rendono non così corrosivo e mordace com’è il minerale, la cui materia è più secca, essendo ancora men umida. La durezza dapoi è cagionata dalla sua ottima concezione fatta dal sole, che ardentemente tutta la està lo percote, aiutata anco dalla disposizione del soggiacente loco, ove si condensa, che è tutto arenoso, e però di sua natura asciutto: dalla qual concezione parimente la sua bianchezza perviene".
Una descrizione tecnico-scientifica con particolari riferimenti alla geografia dei luoghi ed alla meteorologia che per il secolo in cui fu scritta è da ritenersi di grande valenza, tanto più che l’argomento, data la sua aridità, verrà trattato solo molto più tardi, agli inizi del XIX secolo, nel 1810, da Padre Benigno di Santa Caterina, nella sua “Trapani profana”, e poi alla fine del secolo, nel 1881, nella relazione dell’avv. Giuseppe Mondini, segretario della Camera di Commercio ed Arti, redatta per l’Esposizione Nazionale di Milano.
E' giusto notare ulcuni riferimenti importanti:
1)Il Pugnatore nella sua ben dettagliata relazione, mai fa riferimento a quello che dovrebbe essere un elemento importante per la produzione del sale, i Mulini a Vento... per il semplice motivo che essi ancora non erano stati introdotti nelle saline Trapanesi. Di fatti recita "Laonde l’acqua, che dentro in guisa di stagnante infin al sommo degli argini resta, quantunque il mar se le abbassi col mancar della luna d’intorno " l'acqua marina veniva immessa nelle saline sfruttando il semplice moto delle maree. Solo negli anni a venire, con la costruzione di saline più alte rispetto il livello del mare, e con l'ampliamento e il conseguente bisogno di immettere più acqua, furono necessari introdurre i Mulini a Vento.
2) " Questo sale trapanese fu da Plinio per ottimo infin al suo tempo celebrato" Plinio non tratta mai riferimeni al sale marino Trapanese, ma al sale marino in generale, sottolineando la migliore qualità rispetto al sale di cava (salgemma o sale minerale). Anche lui in una frase rimarca, come Plinio, la superiore qualità rispetto al salgemma e sopratutto il fatto che il sale marino (che ricordiamo a quei tempi era solo INTEGRALE) sala di più: "E’, oltre a ciò, cotal sale, sì come eziandio è quello d’ogni altro loco di mare, assai miglior di ogni sale minerale di Sicilia, dove in molti lochi si cava, così per temperamento di salsegine, come per bianchezza, e per conservazion di durezza, con le quali tre cose il sale di ciascun loco si prova."
3)"...il qual tuttavia se non nelle saline che oggi sono più meridionali delle altre all’or si faceva" il Pugnatore sta dicendo che il sale marino di Trapani non si faceva nelle saline vicine al porto, ma in quelle più a sud, come Salinagrande, il Kothon, e la Tavilla. Il concetto è rimarcato anche nella frase "e spezialmente l’està, quel suo più meridioni litto, dove furon le prime saline..."

Note storiche:

Per quel che concerne il commercio del sale, l'esportazione migliorò nel 1572, allorquando i Veneziani persero l'isola di Cipro e, non potendo più sfruttare quelle saline, si rifornirono presso le saline Trapanesi.
Secono il Traselli nel 1583 erano in funzione 16 saline con una produzione di cinquantaseimila salme di sale di cui 8000 prodotte dalle saline Salinagrande e Morana, 6000 dalla Anselmo, 4000 dalle saline Reda, Fardella e Chiusa Grande, mentre le saline Chiusicella, Calcara e San Lorenzo avevano una produzione di 2000 salme annue.
Nel 1624 una calamità che arrecò gravissimi danni all'economia Siciliana e in perticolare a quella Trapanese, fu la peste Bubbonica. Trapani fu contagiata da marinai di alcune navi provenienti dalla Tunisia. Il porto fu chiuso e fu vietato a chiunque di entrare o uscire dalla città.In conseguenza a tale divieto il sale prodotto negli anni 1625-1630 rimase invenduto.
Negi anni successivi la situazione migliorò e tutto il prodotto pari a 40-50000 salme fu esportato.
Nel 1630 la Spagna impose una nuova gabella sul sale esportato di 2 tarì a salma che si andava ad aggiungere alla "tratta" (ius tractae=licenza), che era necessaria per potere commerciare con l'estero. Furono l'alto prezzo e i dazi doganali che resero il prodotto delle nostre saline poco richiesto, facendo preferire il sale della Barberia a quello Trapanese.
Nel 1665, la Regia Corte, proprietaria di alcune saline, impose che le navi che venivano a caricare il sale caricassero prima quello delle sue saline.
Contro tale Provvedimento i proprietari ricorsero al tribunale del Real Patrimonio.
Nei primi anni del 1700 il commercio del sale peggiorò a causa della guerra di successione spagnola: le saline lavoravano senza alcun profitto, anche se il sale veniva esportato fuori del Mediterraneo, nei paesi dell'Europa nord-occidentale.
Durante la dominazione Sabauda il commercio del sale ricevette nuovi impulsi, non tanto perché aumento la produzione, quanto perché vennero contenute le spese.
nel 1719 non si produsse sale a causa degli eventi bellici. I proprietari delle saline, per evitare che le truppe Spagnole le saccheggiassero, pagarono delle tangenti ai soldati. Sotto la dominazione Austriaca, l'esportazione del sale conobbe alti e bassi.


VIAGGIO PARTICOLARE DI UNA POLIZZA DI CARICO DI SALE DEL 1682

Da una prima occhiata, questa polizza di carico – ancorché antica e pregevolmente compilata – potrebbe sembrare uno dei tanti documenti di trasporto merci nel bacino del Mediterraneo. In realtà questo documento - che interessa le vicende del Trapanese esclusivamente per la qualità della pregiata merce trasportata – è si una polizza di carico, ma per un trasporto su nave attraverso una rotta di navigazione fluviale. Venne redatto il 3 febbraio 1682 ad Ostiglia , località del Mantovano, per secoli gravitante nell'orbita veronese ( e della Signoria Scaligera ) e soggetta al dominio dei Gonzaga di Mantova solo a far data dagli ultimi anni del XIV secolo. Lo stemma araldico riportato sulla testa del documento non ammette dubbio alcuno e il porto era sotto la Signoria del Casato dei Gonzaga , in nome dei quali si rilasciavano tali polizze con lo scopo di riscuoterne i relativi dazi fiscali. Ostiglia era sede di un porto fluviale – insieme a Revere , San Benedetto Po , Governolo e Mantova stessa , solo per citarne alcuni ed in ordine sparso – sulla importante idrovia fra Mantova e l'Adriatico, costituita dal Fiume Po:  incuneata fra Lombardia , Veneto ed Emilia, costituiva un importante scalo di transito per gli scambi fra il Ducato di Milano, la Repubblica di Venezia e l'Emilia. Inoltre la sua posizione consentiva connessioni verso l'area austro-tedesca di cui l'asse Verona – Trento era, allora come oggi, il naturale corridoio preferenziale.
Il pregiato sale, proveniente dalle saline di Trapani, era sicuramente giunto a Venezia per la via marittima Adriatica e da lì giunto ad Ostiglia o per la via di terra attraverso Verona o per la via marittima con approdo nel Delta del Po: in ogni caso il transito veneziano è chiaramente ben indicato addirittura nella parte pre-stampata del documento di polizza (supportando quindi logicamente l'ipotesi di una “ via di commercio” ben definita e di ordinario transito ) così come ben chiaramente indicato è il transito a Milano ( all'epoca ancora funzionalmente connessa al sistema delle idrovie navigabili interne , con il sistema dei Navigli che la connettevano non solo ai grandi Laghi della Lombardia settentrionale , e quindi alla Svizzera , ma all'Adriatico stesso, attraverso l'accesso al Po ). Nella parte stampata del documento è chiaramente indicato che il Paron (termine dialettale di area veneta ) Bernardino Perino ha caricato sua nave e che ( manoscritto ) “si parte dalla ripa del porto di Hostiglia …. “ La destinazione finale del carico di sale è la località di Ostia ( ben chiaramente indicata a stampa )  che certamente è ipotizzabile come località sita sul sistema dei Navigli e fungente da Porto con magazzini di stoccaggio delle merci: probabilmente identificabile come la Darsena di Porta Ticinese.Quello che invece si può aggiungere in chiusura è probabilmente la nota storica più interessante: ai lettori maggiormente attenti non sarà infatti sfuggita la apparente incongruenza di un lungo trasporto via mare della preziosa merce , dalla Sicilia occidentale ( Saline di Trapani ) attraverso lo stretto di Messina e lo Ionio per poi risalire tutto l'Adriatico sino a Venezia e da li interconnettersi con il sistema idrografico Padano, per raggiungere infine Milano , destinazione finale del carico .  Sarebbe stato infinitamente più semplice e veloce risalire direttamente da Trapani verso Genova facendo cabotaggio lungo le coste Tirreniche, scaricare il sale nel porto ligure ( la Repubblica di Genova intratteneva eccellenti rapporti con la Corona di Spagna ) e da li risalire verso la pianura Padana attraverso i valichi appenninici delle cosiddette “Vie Marenghe” ovvero vie del Mare ( dette anche Vie del Sale ); poi, attraverso il Basso Piemonte e le Valli del Cuneese , soggette ai Duchi di Savoia , giungere nel Ducato di Milano, con enorme risparmio sulla costosissima navigazione fluviale. Perchè una scelta più dispendiosa ? Per un motivo molto semplice . Fra il 1680 ed il 1699 le Valli del Monregalese, annesse dalla fine del XIV secolo al Ducato di Savoia, furono scosse da violentissime sollevazioni popolari a causa della abrogazione, da parte del Duca Vittorio Amedeo II di Savoia, del diritto alla esenzione della tassa sul sale per quelle popolazioni: questi violenti episodi di insurrezione presero appunto il nome di Guerre del Sale. Le Valli del Monregalese erano la porta naturale di accesso - per i transiti ed i trasporti di merci - dalla Repubblica di Genova verso il Ducato di Milano: ovvio quindi che in tale situazione di insicurezza ( e dovendo trasportare proprio un carico del pregiatissimo sale di Trapani ) sia stata preferita una via di trasporto molto più lunga ma assai più sicura.
Ecco i motivi per cui questo documento è di grande interesse storico. (Tonino Perrera)




Deviazione del Fiume Dolce e Salso nel Torrente Lenzi Baiata (1622)

Uno dei fattori principali che hanno contribuito a creare nuove saline nel Trapanese, fu senza dubbio la costruzione del Torrente Lenzi Baiata. Nel 1622 Lazzaro Lucadelli, che da oltre vent'anni reggeva con alto senso civico la Capitaneria della città di Trapani, rese edotta la Regia Corte del pericolo che correva il porto di Trapani di interrarsi. Attribuendone la maggior causa agli abbondanti detriti che il fiume Dolce, con il suo carattere torrentizio, vi scaricava, ne suggeriva la deviazione dell'ultimo tratto verso meridione fino a portarlo a confluire con il fiume Salso, in maniera che entrambi sfociassero con un'unica bocca nel mare di Paceco.. Nella stessa relazione egli suggeriva di sfruttare l'area di risulta del tratto di fiume deviatoper costituirvi, a cura della Regia Corte, una vasta salina che, secondo le perizie richieste ad alcuni curatoli (non alla sovraintendenza che allora non esisteva), avrebbe potuto produrre oltre 6000 salme di sale (circa 3.000 tonnellate) La deviazione del fiume Dolce avrebbe comunque risolto il problema del porto di Trapani e reso vantaggio alle saline limitrofe a quel tratto di corso, prime fra esse le due saline del Principe di Paceco e la salina Reda rispettivamente a meridione e a settentrione dell'alveo, costantemente minacciate dal pericolo di rovinose piene e disturbate dalle infiltrazioni delle acque dolci tipiche di quel fiume.
La risposta del Viceré Filiberto di Savoia in data 14 Luglio 1622 fu rapida e perentoria: chiese che si procedesse con sollecitudine all'impresa e, stimate le somme necessarie, che si provvedesse al loro reperimento per una metà destinandovi l'utile delle gabelle di Ponte e Pontone del porto di Trapani (a carico quindi del  governo) e per l'altra metà tassando in proporzione ai benefici che si riteneva evessero ricevuto i proprietari delle saline (a carico quindi dei privati).
Contestualmente il viceré stabiliva che severamente si proibisse ai cittadine di buttare immondizie nel porto o farvi confluire condotte di "lordum", che i vascelli  gettasero le loro zavorre in un posto a ciò destinato fuori dal porto (l'attuale ubicazione della salina Galia), che i padroni delle saline rendessero conto al capitano dei "repari" fatti con apporto di terra "se e con quali permessi".
Il Lucadelli si mise subito al lavoro, nominò una commissione di periti composta da sei tra curatoli e salinari dei piu anziani che valutassero la spesa da sostenersi per la deviazione del fiume in circa 5.000-6.000 scudi e approvarono il piano di tassazione approvato dallo stesso capitano, che prevedeva di recuperare la parte di spesa a carico dei proprietari di saline in tal modo: una prima imposizione di natura strettamente patrimoniale o fondiaria da pagarsi subito per un carico totale di 501,20 onze delle quali 100 onze erano la quota della salina Reda, una seconda imposizione sul prodotto da pagarsi al momento della vendita dei sali delle annate successive e che variava anch'essa da salina a salina. Per la salina Reda fu prevista una tassa di un tarì per salma su una potenzialità stimata di 6000 salme. Tale imposizione avrebbe fruttato un introito di oltre 1.100 onze.
Il Lucadelli trasmise le sue conclusioni alla Regia Corte che provvide a renderle esecutive con provvedimento del maestro razionale Antonio Bologna, notificato ai giurati della città di Trapani il 22 Settembre 1622.
Il bando per l'appalto delle due grandi imprese da realizzarsi, ovvero la diversione del fiume Dolce e la costruzione della nuova salina, fu publicato il 15 Gennaio 1623 con il termine stabilito per le offerte di otto giorni.
Ancora una volta, in meno di un anno la secentesca, barocca burocrazia spagnola aveva, grazie all'impulso ed all'efficenza dell'amministrazione locale,  completato il complesso iter della pratica, dal suggerimento iniziale al bando di appalto dei lavori.
Per quanto riguarda l'esecuzione materiale dell'impresa non conosciamo con esattezza i suoi tempi: certamente la deviazione del fiume Dolce dovette essere effettuata con rapidità individuando il tracciato che ancora oggi i luoghi indicano.
Esso infatti, l'attuale Fiume Lenzi, all'altezza del luogo oggi indicato come ponte della via Salemi, compie un ampia curva che lo porta, dopo avere lambitole case della contrada Xitta (l'antico Borgo S. Lorenzo) a confluire con il fiume Salso, che è l'attuale Fiume Baiata, ed insiem percorrono l'ultimo tratto verso mare.
Salina S. Francesco  (1730)
Nel 1730 viene costruita la salina S.Francesco, nella insenatura naturale della foce del Torrente Misiliscemi, a Marausa. Ad opera dei frati francescani che stazionavano nella piccola chiesa di Marausa.

Salina Galia (1750)
Dopo la costruzione del Torrente Lenzi- Baiata la costruzione della salina a cura ed uso della Regia Corte, con certezza sappiamo che non venne eseguita e che l'area a ciò destinatafu, molto tempo dopo (nel 1750 circa) concessa ai marchesi Torrearsa, che a loro volta la cedettero alla famiglia Todaro della Gàlia, che vi fabbrico una vasta salina detta "Galìa", della quale ricevette investitura con il titolo baronale.
Oggi la salina Galìa, per un totale complessivo di ettari 52 è suddivisa a causa delle varie successioni ereditarie avvenute negli anni e relative divisioni per erede,  in Galia Sosalt, Galia Rizzo, Galia Marianna, Galia Canino e appunto Galia Teresina che oggi è proprietà della famiglia Terranova.


Ampliamento della salina Reda (1750)
La concessione originale per la costruzione della salina Reda era molto ampia, e prevedeva diversi ampliamenti di cui alcuni vennero eseguiti in seguito dai Reda, altri invece vennero concessi ad altre persone, come fu il caso della salina Abbrignanello e della salina Galia.
Sappiamo che dopo, in seguito alla realizzazione del torrente Lenzi-Baiata, discendenti di Tolomeo si imbarcarono nell'ampliamento della Reda. Nel 1750 Blandano Fardella e Dich, barone di Reda ed Enrico Omodei e Dich suo fratello uterino nonché comproprietario della salina, decisero di intraprendere la trasformazione di quell'area di mare e stagni posta a ponente della salina ed estesa circa tre salme e un tumolo ( 10 ettari circa) che, pur facendo parte della loro proprietà sin dai tempi della concessione fattane a Tolemeo Reda, non era mai stata ridotta in impianto per far sale. Impresa, che comprese pure una straordinaria manutenzione della vecchia salina e una ricostruzione di quasi tutti i suoi fabbricati, si rivelò molto piu lunga e dispendiosa di ogni previsione. Ma la costanza e la determinazione con le quali i proprietari portarono l'opera a compimento impiegandovi quasi trentacinque anni e la rilevantissima somma di oltre 6750 onze, ci inducono a riflettere su quali favorevoli risultati in termini di redditività essi prevedessero e sull'importanza, che dal punto di vista patrimoniale, che essi annettevano a quella realizzazione. Per l'approntamento delle somme intervennero finanziatori privati e banche cittadine, gli uni e gli altri numerosi in città e con pronte e larghe disponibilità di cassa, che prestarono il loro denaro al Barone di Reda, con un tasso annuo del 7% e con il conforto delle perizie di esperti curatoli di salina chiamati a più riprese a stimare gli importi necessari al completamento dell'opera e rendimenti ottenibili in termini di prodotto. Nel 1809, alla morte del Barone Enrico Omodei, il figlio ereditò anche un residuo del debito verso i finanziatori privati di 1200 onze, ma lo stesso Barone aveva già pagato la somma di ben 5700 onze, 2782 dalle quali aveva ricavato del feudo canalotto presso la Tavola Regia, e 3000 circa rinvenienti dagli utili della salina.


Salina di Marausa Lido -Salina Fiume (1750)
In un documento della Secrezia risalente Il 31 Agosto  1754 redatto dall'ingegnere Luciano Gambina, apprendiamo che codesto sacerdote, su commissione del regio secreto Giuseppe Fardella di Torrearsa, s'era recato nel territorio "della Falconeria" (ora tra Salinagrande e Marausa) dove esisteva un lago salmastro poi trasformato con caselle salinifere. Oltre la relazione è di grande rilevanza il suo disegno, nel quale è ben evidenziata la posizione naturale del lago di quei tempi.
"l'ingegnere, avendosi personalmente conferito in un lago di terre sito in questo territorio e nella contrada del Corcaso, che trovandosi inviscerato nelle terre di Giuseppe Antonio Mangiapane, da parte di levante, tramontana e ponente e col fiume cossì detto della Falconeria, da parte di mezzogiorno, quello avendo considerato maturamente dice e dichiara per venire il suddetto lago di terre bagnato ed ondato dalle acque del Mare che se la introducono da parte di libeccio e mezzogiorno essere in considerazione di litorale e spiaggia di quel Mare e come tale proprio della Regia Consilaria. Nel quale lago di terre asserisce esso relatore, potersi costruire una salina con caselle numero sei, benvero però non sà se il terreno è capace a detto uso, non sapendo se la terra del suddetto lago dona sporgenza d'acqua, per non avere fatto sperienza alcuna, niente meno quella canniato l'ha ritrovato essere in tutto secondo la circonferenza che vedesi espressata nell'acchiusa pianta da esso delineata"
La propietà terriera venne espropriata a Giuseppe mangiapane e vi fu costruita la salina di Marausa Lido, oggi abbandonata, ma ben visibile presso il Lido di Marausa.
Salina S. Teodoro (1777)

Alla Fine del 700' venne costruita la salina "S. Teodoro" per concessione chiesta da parte del Capitano pugliese Deodato Costa per costruire una salina nel "mare secco dilli Birgi", di fronte la torre S. Teodoro nello stagnone di Marsala.
Durante la sua permanenza a Trapani, Deodato Costa, capitano del reggimento Siracusa stanziato a Trapani, ebbe modo di scorazzare anche nel litorale dello stagnone di Birgi vecchio, dove sorsero le saline Ettore e Infersa e le Isole saline di Nicolò Adragna Barone D'Altavilla.
Pare che il capitano Costa avesse una certa familiarità con il superiore Don Raimondo De Blanch, dei Marchesi di Campolattere, tenente colonnello proprietario, Cavaliere Gerosolomitano e del Real Ordine Costantiniano della stessa legione, al quale nel 1777 confessava il desiderio di costruire una salina nel sito chiamato Mare secco delli Birgi, dietro la torre di S. Teodoro. Costa, che aveva alle spalle trentanni di carriera, prossimo a maturare la regia pensione, ponderava i impiantare una salina nello stagnone di Marsala per se e per i suoi eredi. Gli Bastò sottoporre una petizione sotto forma di memoriale a Ferdinando IV, re delle due Sicilie, per invogliarlo a concedergli in concessione perpetua otto saleme d'acque marine per costrirvi la salina, in remunerazione de citati suoi anni di servigio.
La salina S. Teodoro oggi non è più in funzione ed è adibita a peschiera.
Le ultime saline di Trapani

Nel 1700 si cercò di sfuttare al massimo ogni spazio esistente per la costruzione di nuove saline. Sull'isola Longa vennero costruite la Salina Scorsone e la salina Spedale, che di fatto unì le due isole in una unica e sola, appunto l'Isola Lunga.  Della salina Spedale sappiamo che Giovan Maria Alì nel 1844 se ne  era aggiudicato l'asta l'acquisto.
Tra i vari ampliamenti delle saline esistenti, troviamo la Salina Uccello Pio a Salinagrande, e la Salinella Settebocche che insieme all'originaria Salinagrande formarono quelle che erano chiamate "Saline Cattoliche" (dal feudatario originale Principe della Cattolica). (vedi storia Salinagrande)
La salina Caraffa (o Garaffa)

Tra le saline trapanesi annoveriamo le Caraffa (o Garaffa ) costruita presumibillmente da un'ampliamento della salina Reda nello spazio rimasto tra la Reda-Garraffello e la salina Modica. Dopo l'alluvione del 1965 anche la Garaffa fu interrata e oggi è la sede di diversi capannoni industriali e di un supermercato. Delle saline oggi non c'è più traccia.


Le saline che furono costruite nella zona lasciata libera dalla deviazione del nuovo Torrente Lenzi-Baiata, furono  tutte costruite sotto la direzione di Giuseppe Gianquinto.
Nel 1791 Giuseppe Gianquinto, chiese è ottenne che gli venisse concessa "in perpetum in feudo" l'isoletta chiamata Zavorra per costruirvi una salina, chiamata "Zavorra" nel porto di Trapani. Il nome Zavorra è dovuto al fatto che essa era stata costruita sull'isoletta artificiale che si era creata dall'uso del'luogo dove le navi gettavano le loro zavorre prima di caricare nel porto di Trapani.
Nel 1791 venne costruita anche la salina "Ronciglio" nel porto di Trapani, sull'isola di S. Margherita, divenuta  Ronciglio dal nome di "Antonio Bricel Ronchiglio" che fu nominato da Giovanni d'Austia nel 1651 "Presidente del Regno di Sicilia". Della Salina Ronciglio sappiamo che nel 1800 fu di D. Francesco Saura, Duca di Calstelmonte, che in seguito la vendette a Giovan Maria D'Alì. Alla morte di Giovan Maria nel 1849, la salina passo a Giovanni Emanuele Fecarotta, figlio della convivenza tra Giovan Maria D'Alì e Ninfa Fecarotta e da essi nel 1881 ad Antonio Ferrantelli, sposato con Antonia figlia di Giovanni Emanuele. In seguito sappiamo che nel 1935, la salina nel catasto era iscitta nei beni della famiglia D'Alì.
Salina Paceco Nuova (1791) e Salina Cantoni

Sempre sotto la direzione del Gianquinto fu costruita la salina "Paceco Nuova", una tra le più grandi del bacino delle saline trapanesi. Forse in seguito di una divisione ereditaria, da un piccola porzione dell salina Paceco Nuova, nasce in seguito la salina "Cantoni". La particolarità di questa piccola salina era che aveva le vasche "Fredde" in comune con la salina Paceco Nuova. Le due saline oggi sono nel circuito della "Macro-Salina" SIES/SOSALT, e vengono utilizzate solo per la concentrazione dell'acqua.
Nel 1800 circa viene costruita la "Salina Giachetto" e la "Salina Bella" su quella che oggi è la "Via del Sale", oggi la salina, se bene sia stata acquistata dalla regione Sicilia, è pressoché abbandonata e non più funzionante

Nel 1870 è costruita a Trapani  l'ultima salina Trapanese: La salina Maria Stella. Anche essa sulla "Via del Sale" è ad oggi funzionante solo per metà. Inizialmente la salina si estendeva sia sul versante Est che quello Ovest della Via Libica, la "Via del Sale" (costruita dopo la salina). La parte Ovest, in funzione fino a fine anni 80' è stata annessa dalla SIES  per il concentramento dell'acqua di mare necessaria per la nuove Salina Marge a carattere industriale. Il lato Est, proprio alle falde di Xitta, è ancora funzionante ed è la meta preferita dai turisti di tutto il mondo che si recano a Trapani a visitare le saline.
Proprietà degli eredi Piacentino, è la salina del famosissimo Mulino Maria Stella, accanto al centro visite dell'ente gestore della Riserva WWF. La particolarità del Mulino "Maria Stella" è che a causa dell'enorme dislivello tra il canale di adduzione e le vasche fredde, il mulino sollevava l'acqua facendo girare tre Spire, la cui una tirava l'acqua dell'altra. Sulla parte opposta del Mulino Maria Stella (lato sud) vi è un'altro Mulino che serviva per pompare l'acqua nell'altra parte della salina. La salina anticamente possedeva anche un mulino per il sollevamento dell'acqua di mare "a cavallo" cioè a trazione animale.


Questa la situazione che si ha alla fine dell'ottocento:


Note storiche:

Quando il regno di Napoli divenne indipendente la Sicilia ebbe uno sviluppo economico commerciale notevole e anche Trapani ne risentì. Infatti nel 1798, la città superava i 24.000 abitanti, dei quali buona parte trovava sostegno nella salicultura.
Nel secolo XIX, il sale di Trapani conquistò i mercati della Lombardia, del Veneto e dell'Austria. Secondo il Benigno, nel 1810 Trapani contava oltre 50 capitalisti che si erano arricchiti con il commercio, ed era anche sede di 13 consolati e viceconsolati stranieri. La decisione del governo di Napoli di rendere le saline Trapanesi monopolio di stato colse di sorpresa i proprietari, che inviarono al Re una supplica nella quale si dichiaravano contrari all'esproprio. La supplica venne esaminata dal Re, il quale ordinò che "nessuno poteva essere costretto a cedere sue proprietà se non per causa di pubblica utilità e mediante una giusta e preventiva indennità". I criteri che dovevano essere applicati per stabilire il prezzo dell'indennità da corrispondere ai proprietari vennero comunicati al Secreto di Trapani, il marchese Antonio Fardella, il quale diede incarico ai funzionari della Secrezia di stimare tutte le saline esistenti.
Negli anni successivi al 1818 non si ha più notizia dell'espropriazione. Rimane invece il materiale raccolto negli atti della Secrezia di Trapani che ci permettono di conoscere la situazione reale delle saline Trapanesi dal 1796-1815.
A completare il quadro vanno poi sottolineati i modi con cui il ceto mercantile-armatoriale interveniva nella gestione della produzione del sale e di prodotti di tonnara. Il primo punto da rilevare è costituito dal numero esiguo di famiglie che gestivano le gabelle. Se i Giammarinaro son i gabelloti delle saline Principe di Cattolica, membri diversi della famiglia Piacentino prendevano ripetutamente in affitto, nel primo ventennio del secolo, le saline di Abbrignanello, Alfano, Anselmo: più in generale, scorrendo i contratti di affitto si nota la costante riproposizione di nomi (Serraino, Solina, Burgarella) che si alternavano, dando la sensazione di una sorta di controllo che tali famiglie esercitavano sugli impianti. Ciò che più conta è però la rottura che si era operata sul fronte delle proprietà delle saline. Le due più importanti famiglie di gabelloti del ramo, gli Alì ed i Gianquinto, avevano approfittato del dissesto finanziario dei Sanseverino per ottenere in enfiteusi le saline dell'ex stato deiPrincipi di Paceco. Inoltre Giuseppe Gianquinto aveva ottenuto la concessione per la costruzione di una nuova salina, la Zavorra. Così quando nel 1818  Pietro Gianguinto fu convocato come esperto per la stima degli impianti in vista di un progetto di demanializzazione delle saline, che poi non ebbe più seguito, questi si rifiutò di procedere all'operazione, affermando orgogliosamente di essere gabelloto di saline. Attraverso queste brecce nel tradizionale monopolio nobiliare della proprietà i Gianquinto e gli Alì avevano rafforzato in maniera notevolissima la propria posizione nel gruppo dei gabelloti cittadini. Naturalmente essi erano anche mercanti di sale e padroni di barca, secondo quel modello ideale che voleva una distribuzione all'interno della famiglia delle varie fasi di un ciclo economico.
Nel 1840 con l'abolizione del dazio decretato dal governo Borbonico, l'economia Siciliana registrò una ripresa non solo nel campo delle attività produttive e commerciali tradizionali, ma anche in nuove attività agricole.
La lenta agonia delle saline di Trapani e la SIES

Il 1900 si chiude come il periodo di massima espansione delle saline di Trapani. La crisi del settore del primo dopoguerra, la concorrenza di altri paesi produttori di sale, misero a duro colpo l'economia del sale Trapanese, unita all'espansione selvaggia della città di Trapani porterà ben presto alla chiusura di molte saline Trapanesi. Alcuni proprietari di saline, spinti anche da una richiesta proveniente dall'Asia, che poi non si ebbe, unirono le forze nel tentativo di contenere i costi di produzione. Nasce cosi nel 1922 la SIES (Società Italiana Esportazione Sali).  Il progetto ebbe tanti alti e bassi. Nel secondo dopoguerra la SIES ebbe grandi sbocchi verso i paesi nordici, dove il sale Trapanese era particolrmente apprezzato per la salagione del Baccalà e verso il Giappone. L'esportazione passò da le 80.000 tonnellate del 1943 alle 170.000 del 1951. La riapertura delle saline asiatiche fece poi crollare l'esportazione con la sua punta minima nel 1955 e per tale motivo la società fu sciolta. Nel 1956 il Dottore Antonio d'Alì costituisce nuovamente la SIES e realizza un progetto che prevede una grossa diminuizione dei costi di estrazione e un'ammodernamento degli impianti. La SIES uni otto delle saline esistenti a Trapani in un unica grande salina. Le saline coinvolte furono: Ronciglio, Zavorra, parte della Galia, la Paceco Nuova, la Paceco Vecchia, Murana e Muranella e Alfano. Oltre l'unione delle saline, fu introdotto un sistema per l'estrazione meccanizzata del sale e un impianto di lavaggio. Il progetto di D'Alì si concretizzo nel 1963. Purtroppo una nuova crisi era già dietro l'angolo e tocco tutte le saline di Trapani. La scintilla scocca con l'alluvione del 1965. A causa dello straripamento del Torrente Verderame e conseguenziale alluvione, oltre la gravissima perdita di vite umane che essa causò, furono anche molte saline Trapanesi a soccombere. La prima a scomparire fu la salina Milo. La salina Collegio e la Modica furono riempite totalmente ed oggi è l'area dove sorge il quartire di Via Virgilio. Stessa sorte per le saline Garaffa e Garaffello, Abbrignano e Abbrignanello e la Reda. Furono alluvionate e lasciate incolte anche  parte di Salinagrande, la Calcara, S. Francesco, la salina di Marausa e tutte le saline dell'isola Lunga. Le produzioni del 1966/67/68 peggiorò drasticamente di qualità e il prodotto era invendibile poiché era contaminato da residui fangosi dell'alluvione. Sull'isola longa si affaccio una società Palermitanaacquisto la salina Curto e ne meccanizzo il processo produttivo. Nel tentativo di ridurre i costi di produzione in questo periodo annoveriamo l'abbandono dei Mulini a Vento in favore delle pompe elettriche e Diesel.


Il trasporto del sale: i bastimenti e gli schifazzi addio di un'era...

A pagare la diminuizione dei costi, fù anche la numerosa flotta della marineria trapanese che girava intorno all'attività salinara. Fino agli anni 60' il sale dalle saline veniva trasportato in piccolissima parte con i carretti, ma nella quasi totarietà tramite la rete di canali navigabili che era incastonata nelle saline. Nel porto di Trapani, verso la fine del Settecento, si svolgeva un traffico commerciale suddiviso in due grandi comparti: le rotte di lungo cabotaggio con destinazioni Genova e Venezia, riservate ai legni maggiori presenti nel porto (tali navi appartenevano in gran parte ad armatori esteri) ed il piccolo cabotaggio che invece, aveva come destinazione nel Tirreno Napoli, Livorno, la Sardegna e l’intera costa siciliana svolto da imbarcazioni minori appartenenti ad armatori locali i patruni di varca e alcuni maestri corallari. La composizione della flottiglia mercantile trapanese per tutto il Settecento fu prevalentemente composta da schifazzi e liudelli. Lo schifazzo aveva un utilizzo vario. Veniva prevalentemente utilizzato per il trasporto di vino, materiale da costruzione e per il trasporto del sale, formaggi e prodotti di tonnara. Veniva anche usato sia per la pesca che per la pesca delle spugne ed anche per le esportazioni di corallo sia grezzo che lavorato. Le due categorie di mezzi, schifazzi e liudelli costituivano la stragrande maggioranza delle imbarcazioni registrate in entrata o uscita dai libri doganali del periodo. Si tratta di natanti di piccola portata: uno schifazzo poteva caricare infatti da trenta a cinquanta salme di sale. Una portata del genere corrispondeva a un modesto, livello di traffici anche se negli anni buoni, la sola produzione di sale, superava le trentamila salme. Le stesse, non numerose, tartane trapanesi, pur avendo una portata maggiore, potevano mediamente caricare da centocinquanta a trecento salme  di sale ciascuna. Le vendite del sale5 in loco, erano sempre effettuate franco a bordo di navi maggiori in sosta nel porto, quindi il proprietario doveva disporre di personale per la raccolta, di barche e di ciurma (personale) per il caricamento. Il trasporto del sale cominciava con la sua raccolta dalle casedde (vasche di salinazione), e il trasporto all’ariuni, mediante ceste coniche intessute con strisce di canna (cartedde) che contenevano circa 25/30 Kg. di prodotto. Da qui gli schifazzari trasportano per mare il sale fino al porto con gli schifazzi forniti di ponte e di una vela latina con fiocco. Nelle stesse saline operavano le muciare, più piccole e senza vela, che attraversavano i canali che intersecano le saline.  Il trasporto con le barche era molto oneroso incidendo nella misura del28% del costo complessivo dell’intera operazione di raccolta e trasporto sotto bordo e questo faceva dei patruni di varca una categoria meno povera di altre. Aiproduttori, per assolvere agli obblighi contrattuali della vendita sin sotto bordo, non restavano che due soluzioni: rivolgersi ai piccoli armatori ovvero costituire una propria flotta di schifazzi. Quest’ultima soluzione sarà adottata quasi di regola dalla fine dell’Ottocento fino agli anni 20 del Novecento. Infatti, fin quando le numerosesaline del litorale trapanese appartennero a diversi proprietari/affittuari non risultava economicamente valido dotarsi di grandi flotte, sia per il limitato periodo di utilizzo (prevalentemente estivo) sia per l’esigua quantità del sale da trasportare e pertanto spesso ci si rivolgeva al mercato delle “barche”. Quando poi, nel 1920 fu costituita la S.I.E.S.(Società Italiana Esportazione Sali) questa società, organizzò un proprio servizio di trasporto con numerosissime varche (barche) circa 100 tra schifazzi e muciare. Occorre sottolineare che la fusione delle diverse saline del comprensorio, fece cambiare radicalmente l’utilizzo dei diversi impianti. Questa rivoluzione silenziosa dettata da molteplici fattori, che pure ha permesso la sopravvivenza della “coltivazione” del sale, ha avuto notevoli ed immaginabili conseguenze anche per il tipo di trasporto su acqua rappresentato dagli schifazzi. La grande flotta S.I.E.S formata dal conferimento di quote di singoli proprietari/gestori di salina/armatori, fu progressivamente, in un primo tempo privata del piano velico e motorizzata ed in seguito utilizzata alla stessa stregua delle muciare cioè a rimorchio. Nel 1984 la nuova S.I.E.S S.p.a. dismise le ultime barche delle quali, non poche avevano lavorato per quasi un secolo. (Tratto da: Lo schifazzo nella tradizione cantieristica trapanese- tesi di Laurea in Architettura navale di Giampiero Musmeci, relatore Prof. Marco Bonino)
Le saline di Trapani Oggi

Nel 1992, a danno avvenuto, la Regione Sicilia, dichiara che l'area delle saline di Trapani sia "Riserva Naturale Orientata delle Saline di Trapani e Paceco" e dà la gestione e la vigilanza del regolamento prodotto al WWF Italia. Non è un segreto che l'applicazione di tale riserva non sia stata presa di buon occhio dai vari proprietari attuali delle saline di Trapani. Se da un lato bisogna ammettere che collegare il WWF alle saline di Trapani ha amplificato l'importanza internazionale delle saline di Trapani, bisogna ammettere che purtroppo è stato imposto alle saline Trapanesi un regolamento che non si sposa in nessun modo con l'esigenza dell'area delle saline Trapanesi. L'errore più grosso si ha quando la si colloca come riserva "NATURALE". Chi ha seguito fino in fondo la storia delle saline Trapanesi qui spiegata, non può non comprendere che le saline di Trapani sono la conseguenza di una serie di operazioni che l'uomo ha compiuto per la creazione di questo particolare ambiente. Poco importa se si sia cercato di mettere una "toppa" usando il termine "Orientata" in quanto tale termine indica che "è concessa l'attività dell'uomo" mentre questa invece è INDISPENSABILE. E' pur vero che di conseguenza si è sviluppata nelle saline di Trapani un avifauna particolare e che essa va sicuramente protetta e tutelata. L'errore più grosso della riserva e dei vari organi sovraintendenti,  consiste nel "cristallizzare"  un territorio che già di per se ha le sue difficoltà nel sopravivvere, un territorio che ha bisogno OBBLIGATORIAMENTE dell'opera dei salinai per continuare ad esistere e necessita di risorse economiche che fino ad oggi solo i salinai, con enormi sacrifici, hanno speso per continuare quello che non è solo un lavoro ma una passione.  I risultati attuali di questa "non corretta" identificazione delle saline Trapanesi sfociano in un grido d'aiuto che purtroppo rimane da troppo tempo inascoltato. Ne fanno le spese le saline, che hanno bisogno perennemente di ingenti manutenzioni, i Mulini a Vento, segnati a morte sicura da qui a massimo venti anni, e per ultimo lascio noi salinai che andiamo avanti finché possiamo con la nostra "PASSIONE" finché ne avremo la forza.
Forse si è dimenticato che subito dopo l'alluvione imprenditori come Vito Terranova, i fratelli Culcasi, i Manuguerra, i Gucciardi, hanno investito sudore lacrime e tanti soldi per il ripristino delle saline alluvionate, salvandole da interramenti sicuri. Forse la regione Sicilia dimentica che la causa degli interramenti delle saline Trapanesi risiede anche in un amministrazione scellerata del nostro territorio che ha concesso l'interramento per potere costruire sulle zone delle saline quartieri, palazzetti dello sport, aree portuali, centrali elettriche autoparchi comunali? Fino ad arrivare alla creazione di dissalatori pubblici, aree industriali, depuratori fognari realizzati a pochi passi dalla riserva? Il dubbio è che la regione è caduta nel paradosso di istituire la riserva per salvarla da se stessa... elargendo fondi pubblici che mai sono arrivati direttamente alle saline di Trapani.
Negli ultimi anni le saline di Trapani hanno continuato la loro evoluzione/involuzione. Infatti la ex SIES ora SOSALT ha realizzato nelle zone chiamate "Marge Gianquinto" una serie di grandi bacini di cristallizzazione del sale, dove si produce sale marino con estrazione meccanizzata. Per l'alimentazione di questo nuovo tipo di raccolta, le saline Marianna, Giachetto, e la parte ovest della salina Maria Stella sono state convertite da saline funzionali in bacini per la concentrazione dell'acqua di mare. La salina Anselmo, come quella di S. Francesco a Marausa e quella di S. Teodoro a Marsala, sono adibite a peschiere e non più alla produzione di sale. La salina Calcara è stata completamente restaurata, compresi 3 dei quattro mulini a vento esistenti ad opera della Famiglia Palermo. Purtroppo tra gli inevitabili problemi qualitativi del sale prodotto che ne rallenta l'avviamento  e tra il regolamento della riserva che ne vieta l'accesso se non a piedi o in bicicletta con il drastico calo di una possibile fruizione di quella che tra le saline Trapanesi più belle, ha futuro incerto. La salina Bella è stata acquistata dalla regione Sicilia ed a 10 anni circa dall'acquisto, da funzionante che era è oggi abbandonata. annoveriamo anche un tentativo di ripristino della salina Fra Giovanni sull'Isola Lunga che purtroppo è fallito per i soliti problemi burocratici e un tentativo di ripristino della salina "Genna" a Marsala, fallito per l'antieconomicità del progetto. L'area delle Saline di Trapani ad oggi è questa, come al solito in rosse quelle abbandonate, in giallo quelle SIES/SOSALT a conduzione industriale in bianco quelle attive. In rosa il complesso delle saline dell'isola lunga accorpate per diventare un unica macro-salina a conduzione industriale:
Fonti: Viaggio attraverso la storia delle saline Trapanesi di Alberto Barbata, ; LA STORIA DEI FEUDI E DEI TITOLI NOBILIARI DI SICILIA DALLA LORO ORIGINI AI NOSTRI GIORNI - Francesco San Martino De Spucches, Mario Gregorio ; HISTORIA DI TRAPANI di Francesco Pugnatore;  Lago ondato dall'acqua del Mare - Salvatore Accardi ; Trapani tra le due Guerre - Antonietta D'Alì Platamone. ; Saline e Salinari - Maria Manuguerra ;Lo schifazzo nella tradizione cantieristica trapanese- tesi di Laurea in Architettura navale di Giampiero Musmeci, relatore Prof. Marco Bonino ;il mezzogiorno pneunitario: economia, società e istituzioni- Di Università di Bari ;  Si ringraziano per le foto, il materiale storico e per l'aiuto: Tonino Perrera, Trapani nostra, Carlo Foderà, Andrea Greco, Salvatore Accardi, Bing Maps, Google Maps.
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