I Mulini a Vento di Trapani - Cuordisale sale marino integrale - Saline di Trapani

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Le Saline
A cosa servivano i Mulini a Vento delle Saline di Trapani?
Fino a gli anni 60, i Mulini a Vento si imponevano sul panorama delle saline Trapanesi. Giganti maestosi, dal movimento aggraziato, sfidavano imperterriti gli impetuosi venti di Trapani. I salinai riuscivano ad utilizzare il vento, indispensabile per il movimento dell'acqua per incrementare la formazione del sale, anche per riuscire a sollevare le innumerevoli quantità d'acqua necessarie per la produzione del sale marino.  Ben presto i salinai si accorsero che potevano utilizzare i Mulini a Vento, oltre che per pompare l'acqua di mare in salina, anche per macinare il sale. Quindi è necessario capire che esistevano due tipi di Mulino a Vento nelle saline di Trapani: un tipo per il sollevamento dell'acqua e un'altro per la Macina del sale. I Mulini a Vento nel Trapanese, furono anche usati da attività che non riguardavano l'estrazione del sale, e se ne costruirono anche per la macina del frumento. Se ne trova ancora qualche resto nell'entroterra Trapanese. Verso la metà degli anni 50, a Trapani venne introdotto un'altro tipo di Mulino a Vento, il Mulino Americano, a 24 pale. Questo poteva essere istallato sulle torrette degli esistenti mulini a vento ed era molto più facile da gestire, perché si "autoregolava" in funzione del Vento e della potenza richiesta.



panorama delle saline Trapanesi degli anni 60, con la predominanza dei Mulini a Vento
I mulini a Vento a Trapani
Il mulini a Vento Americano
Introduzione dei Mulini a Vento nelle Saline di Trapani

Pare che i primi mulini a vento siano apparsi in Persia ancora nel VII secolo, ma la documentazione è troppo precaria per essere credibile. Altro luogo comune è che essi siano stati impiegati nell'Oriente islamizzato intorno al Mille, ma poiché l'installazione di uno di essi sotto le mura di Acri in Siria nel 1189 fece credere alla gente del luogo che esso fosse un mostro inusitato, è presumibile che la nuova macchina molitoria mossa dall'energia eolica fosse ancora sconosciuta in quelle terre. In realtà le prime testimonianze sicure di mulini a vento potrebbero essere datate nel penultimo ventennio del XII secolo, a partire dai primi certi esemplari a noi noti del 1180, situati a Ste-Mère-Eglise e presso Liesville in Normandia, o dal mulino a vento vicino a Bristol del 1181, per poi trovare in pochi anni una rapida diffusione in varie località della Francia, dell'Inghilterra, della Fiandra, dell'Olanda e della Germania, terre da cui si sarebbero poi ben presto diffusi in gran parte d'Europa.
Tanta fortuna sarebbe dovuta sia alle nuove possibilità di insediamento della nuova macchina ad energia eolica, sia al fatto che le leggi medievali che avevano formulato il "diritto d'acqua" (e quindi anche quello di costruire mulini), non contemplavano per nulla il "diritto d'aria", anche se ben presto quest'ultimo rientrerà tra i diritti "bannali", seppur tra molte difficoltà (Rivals 1987).
La loro introduzione a Trapani avviene intorno al 1750, il periodo di massima espansione delle saline di Trapani. Infatti a quei tempi, furono costruite saline sempre più grandi e furono ampliate quelle esistenti.  Questa "industrializzazione" della produzione del sale, non poteva fare più il solo affidamento alle maree e fu necessario introdurre "una macchina" che potesse sollevare le quantità di acqua di mare necessarie per la conduzione del nuovo tipo di salina. Le testimonianze tutt'ora presenti in salina, ci dicono che da prima le viti d'archimede erano fatte girare con l'ausilio della trazione animale. Inoltre sappiamo che il tufo di Favignana con cui i mulini a vento sono costruiti, sebbene fosse importato in piccole quantità già da secoli prima,  ebbe la massima diffusione solo nel 1700. Il progetto scelto fu quello del mulino a vento a sei pale, già conosciuto in europa e presente in Spagna, Portogallo, Grecia, e Olanda.  
Funzionamento dei Mulini a Vento per il sollevamento dell'acqua marina

I Mulini a Vento sono composti da una struttura tronco conica in conci di tufo di Favignana, intonacati con una robustissima malta a base di cemento pozzolanico, che rappresenta la torretta. In essa è istallato il complesso delle sei pale trapeizoidali in legno. Le pale del Mulino, dette 'Ntinne(17), con una lunghezza di circa 4 metri su cui vengono stese le vele di tela "Cuttunina," intrappolano il movimento del vento. Questo viene tradotto  in un movimento rotatorio che è trasmesso al Cilindro(4) su cui è montato un ingranaggio in legno con 32 denti in legno detto Cunucchiune(3). Questo complesso, rappresenta la Torretta del Mulino, coperta dal caratteristico Cubulino Rosso(2). La Torretta era una sezione a se e aveva come base un grosso e spesso cerchio realizzato in legno chiamato Giro Soprano (5). Il Giro Soprano, accoppiato con il Giro Sottano(6) che invece era ancorato nella muratura del Mulino, agiva come un cuscinetto su cui veniva girata manualmente la Torretta in direzione del vento dal Mulinaio tramite una serie di leve. Una volta girata la Torretta, il Giro Soprano e il Giro Sottano venivano ancorati tra di loro con grosse catene. Il Cunucchiune della Torretta trasmetteva il movimento ad un'altro ingranaggio piu piccolo e disposto ortogonalmente ad esso, il Paraneddro(8), che era dotato di 16 denti. Il Paraneddro era montato su un albero di trasmissione (detto Rittu(9)), generalmente composto da due pezzi di acciaio tondo da circa 8 cm di diametro, e poteva essere scollegato dalla presa del Cunucchione per mettere in "folle" il mulino. L'albero presentava nella sua metà un sistema di arresto che serviva per frenare il mulino quando il suo lavoro era terminato. Il freno era composto da un Tamburo(10) in legno, sul quale si stringeva una spessa corda intrecciata chiamata Capotubbo du Freno(11). Ancorata al muro del mulino da una parte, faceva il giro del tamburo e veniva tirata dal lato opposto dal Mulinaio. L'attrito faceva rallentare il Mulino fino a fermarsi. Era un operazione che si faceva molto lentamente poiché un movimento troppo brusco poteva spezzare le 'Ntinne, spezzare il Cilindro o addirittura scardinare la Torretta dal Mulino per la troppa inerzia accumulata. Nella sezione in basso, il Ritto era incastonato nella Cunocchia(19) da 32 denti che rimandava il movimento ad un'altro Paraneddro(20) da 16 denti, stavolta attaccato tramite un albero di trasmissione ad una pompa a vite d'Archimede istallata nella base del Mulino, chiamata in gergo Spira(13) (vai a Spira). Una volta che il mulino era fermo, le 'Ntinne basse si ancoravano  al Mulino tramite una corda che si legava a dei paletti di legno che c'erano sulla muratura del mulino, chiamati Vrazzola (o Buttuna). Le 'Ntinne alte erano invece legate alla coda della torretta, da dove si usciva attraverso un portello realizzato sulla parte posteriore del Cubbolino.

Il Mulino a Vento, oltre che per immettere l'acqua di mare nella salina, serviva anche per asciugarla. L'operazione era possibile e indispensabile quando all'inizio della stagione,  era necessario pompare l'acqua piovana che l'inverno aveva portato in salina, solamente aprendo e chiudendo dei portelli. Lo schema è molto semplice, come vediamo nelle figura A ( Mulino che tira l'aqua dal mare verso le fredde della salina)  e nella figura B (Mulino che tira l'acqua proveniente dalla salina tramite il canale che costeggia le fredde e la pompa sul canale che circonda il Mulino in direzione mare) mostrate di seguito:
Le Vele dei Mulini a Vento

Le parti più affascinanti del Mulino a vento sono senza dubbio le sei pale trapeizoidali in legno. Come abbiamo Già detto queste sono chiamate 'Ntinne(17) e hanno una lunghezza di circa 4 metri. Sono composte da un palo centrale di legno chiamato Alma di la 'Ntinna(1). Perpendicolarmente all'Alma sono disposti gli Scaluna(2)  e parallelamente le Astine(3).



Le 'Ntinne sono collegate tra di loro da un cavo d'acciaio detto "Giro Vela" (in figura in VERDE). Sono collegate dalla punta estrema dell'Alma allo Stasu(12) tramite delle corde chiamate "Muntuna" (in figura in GIALLO) e dalle punte estreme delle Astine sempre alla Stasu tramite delle corde dette "Stralli" (in figura in ROSSO).
Su di venivano stese le vele di tela "Cuttunina," ma molti non sanno che esisteva una vera e propria "Maestria" nella disposizione delle vele. Queste venivano ancorate alle 'Ntinne da 6 corde: 2 Chiacchi (sulla parte stretta della 'Ntinna) 2 Stralli, (nella parte mezzana) e 2 'Mpugne (nella parte larga della 'Ntinna) . Le vele venivano spiegate Intere, ma quando c'era troppo vento e la sola forza di carico della Spira non bastava per decellerare il movimento del Mulino, per evitare di perderne il controllo, il Mulinaio le spiegava parzialmente in 3 modi differenti: A a Trizzarolo(trad. dal Siciliano da Trizza=Treccia), B a Facci Tagghiata  (trad. dal Siciliano: Faccia Tagliata) e nelle condizioni estreme di forte vento come lo Scirocco Trapanese (fortissimo) C a Pampina di Canna (trad. dal Siciliano: Foglia di Canna). Era possibile anche che il Mulinaio eseguisse combinazioni nelle vele o che addirittura lasciasse qualche 'Ntinna senza Vela, esempio:




Era possibile anche che il Mulinaio eseguisse combinazioni nelle vele o che addirittura lasciasse qualche 'Ntinna senza Vela, esempio:


Funzionamento della Spira dei Mulini a Vento

Come abbiamo gia detto, il movimento delle pale del Mulino a Vento era trasmesso alla Spira istallata nella base del Mulino. La Spira è la classica pompa a Vite di Archimede, dall'ononimo inventore Archimede Siracusano. E' fabbricata in legno ed ha degli accessori in ferro. Era composta da una trave centrale in legno, chiamata Alma da Spira(19) (Trad. Siciliano: Anima della Spira) su cui erano inserite delle Pagliette(21) di forma trapeizoidale, leggermente incurvate realizzate accuratamente a mano, a formare due o tre spirali. A coprire le Pagliette vi erano delle assi strette da dei cerchi in ferro, simili a quelli delle botti, dette Fasciame(20). Tutte le parti in legno della Spira, erano ricoperte da Pece Nera per sigillare e proteggere la Spira dal deterioramento causato dall'acqua marina. Nella parte anteriore, quella da cui fuoriusciva l'acqua aspirata, vi era un grosso pezzo di acciaio tondo, spesso circa 6 centimetri, che poggiava su una grossa trave di legno durissimo su cui era stata intagliata una gola che faceva da cuscinetto. All'estrema punta di esso c'era il Paraneddro da cui prendeva la trazione dal Mulino a Vento. Nella parte inferiore, quella da cui la Spira aspirava l'acqua del mare (o della Salina) vi era un perno d'acciaio chiamato Minchiozzo(18) che faceva base sulla Scarpa della Spira(16). La Scarpa era attaccata tramite due tiranti allo Sbannune(15), una grossa vite realizzata in legno dello spessore di circa 8 centimetri, regolata tramite un grosso dado  di legno a "Galletto" detto Scuffina(14). Il mulinaio, in base alla potenza del vento, agiva sulla Scuffina, stringendola o allentandola, variando così il pescaggio della Spira come un freno continuo al movimento delle pale. Inoltre era importantissimo regolare la spira per adattare il pescaggio al moto delle maree.


Funzionamento della Spira:
Evoluzione del Mulino a Vento

Anche i Mulini a Vento ebbero le loro evoluzioni tecniche nel corso degli anni. Oltre alla trasformazione negli anni 60 di alcuni di essi in Mulini Americani, ci fu un importante cambiamento per rinforzare una parte del Mulino molto complicata (quindi costosa) e particolarmente delicata: Il Cilindro del Cunucchiune. Il Cilindro, per via della sua fabbricazione in legno, era particolarmente fragile nella parte dove le 'Ntinne si attaccano ad esso. I cedimenti di questo elementi erano abbastanza frequenti, poichè, mentre le 'Ntinne a fine stagione potevano essere smontate e messe a riparo dentro i magazzeni, il Cilindro nella sua parte esterna, la più delicata, rimaneva fissato alla torretta e perennemente esposto a gli elementi. Di seguito troviamo alcuni esempi:
Le modifiche per avviare al problema furono radicali: togliere i cilindri di legno e sostituirli con solidi cilindri d'acciaio. La modifica è presente in molti mulini Trapanesi, segnale che il problema aveva trovato nel nuovo montante delle pale la soluzione definitiva.
Il mulino a Vento da Macina
Il mulino per macinare il sale è nella concezione meccanica e eolica identica, solo che il movimento, invece di essere trasmesso alla Spira, è usato per fare girare una mola da macina. Il movimento viene trasmesso ad un grosso ingranaggio in legno a 36 denti, che ne fa muovere uno più piccolo da 18 denti. Il piccolo ingranaggio, attraverso un albero di trasmissione, fa girare una o due mole. La mola è composta da due parti coniche realizzate in pietre calcaree durissime, cementate tra di loro a creare una emisfera superiore e una emisfera inferiore. Il sale viene versato attraverso un imbuto posto sulla parte superiore proprio al centro della mola che gira, . La mola inferiore resta ferma a terra. Il sale passando tra la mola superiore e quella inferiore, dal centro si sposta per azione centrifuga verso l'esterno. Durante questo passaggio, l'attrito che si crea tra le due mole macina il sale che fuoriesce lateralmente in una tinozza esterna dove viene raccolto e immagazzinato. I Mulini  a Vento da Macina erano sempre costruiti sopra un grande struttura con grandi magazzeni. Il sale da macinare veniva lasciato asciugare al sole su un pavimento costituito da tufi di favignana. Una volta asciutto veniva macinato e accumulato nei magazzini a fianco il mulino. Il sale macinato non era molto fine ma era una "mezza macina" perfetta per la salagione di pesci e olive. Nell'uso alimentare, la massaia a casa lo rimacinava in un mortaio. Tra i mulini da macina annoveriamo quelli della salina S. Cusumano, (ora Baia dei Mulini sul litorale Nord di Trapani), i Mulini della Salina Calcara, della Salina Alfano, della Salina Chiusa (attualmente sede del Museo del Sale di Nubia) e il Mulino della Salina Infersa a Marsala, l'unico funzionante (solo a scopo turistico dimostrativo).
Gli ultimi Mulini a Vento di Trapani
Sono ormai pochissimi i Mulini a Vento integri: nella provincia di Trapani sono: I 2 mulini della Salina S.Cusumano (ora Baia dei Mulini sul litorale Nord), il Mulino Maria Stella sulla Via del Sale di Trapani, 2 Mulini della Salina Calcara (di cui uno restaurato solo nella parte esterna), il mulino del Museo del Sale di Nubia, il Mulino Uccelo Pio a Salinagrande, e i tre mulini della salina Ettore a Marsala e il Mulino della Salina Infersa a Marsala. Riproponiamo una breve galleria fotografica perche l'invito è per andarli a vedere personalmente:
Il degrado dei Mulini delle Saline di Trapani
Se prima abbiamo visto che una decina di Mulini a Vento sono tuttora integri, dobbiamo tenere a mente che una volta i mulini a vento Trapanesi era circa un centinaio. Non bisogna essere un matematico per capire che la situazione è molto grave. Molti puntano il dito sui proprietari dell saline Trapanesi, e in alcuni casi è vero, ma se c'è chi può e non vuole vi posso assicurare che la maggior parte dei casi il discorso è inverso. Molti produttori vorrebbero ma non possono. Le cause sono tantissime: la prima è da cercarsi che il salinaio è un lavoro fatto di sacrifici e vi posso assicurare che il guadagno è modesto. Se poi aggiungiamo che i salinai si sobbarcano ogni anno tutte le spese di mantenimento delle saline, relative agli impianti di produzione, non resta più niente. I salinai combattono da generazioni contro la natura che vorrebbe indietro questa parte di territorio che naturale non è... La pulizia delle saline dovuta a tutto quello che portano in salina le stagioni invernali, la continua sostituzione di tufi e ripristino di argini e la pulizia dei canali necessari alla salicultura sono un impegno costante sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista economico. Ora è brutto fare una scelta su cosa mantenere e cosa "lasciare perdere" ma purtroppo a pagare le spese sono sempre i Mulini a Vento. I perché sono molteplici. Purtroppo le normative sulla sicurezza sul lavoro non rendono più idonei questi "macchinari" a potere essere utilizzabili. Potrebbero essere fatti degli aggiornamenti? NO... i Mulini a Vento sono legati a MORTE CERTA da una cosa che si chiama "Sovraintendenza", quindi non possono essere modificati assolutamente. Si possono ripristinare e lasciarli come belle statuine, ma un mulino che non produce ha bisogno di manutenzione continua lo stesso e il problema è solo rimandato. Tutto questo sotto gli occhi di una Riserva "Naturale" istituita dalla Regione Sicilia nel 1995. Questa parte è volutamente scritta come un grido d'aiuto. Chiunque volesse aiutarci ci può contattare. Di seguito postiamo una galleria che mostra il degrado dei nostri Mulini... sono immagini forti:

Un uso... Diverso...
E' qualcosa che ai "Puristi" potrebbe fare storcere il naso... ma se la scelta è tra vederli cadere a terra, l'uso che ne ha fatto l'Hotel Baia dei Mulini potrebbe essere un'idea, a me piace:
L'Uomo dietro la Macchina
Chiunque abbia avuto la fortuna di vedere da vicino un Mulino a Vento, certamente ne è rimasto estasiato dalla sua Genialità nella semplicità. Credere che queste gioielli della tecnica siano il frutto di un lavoro manuale, non supportato da un equipe tecnica come si usa fare ai nostri giorni, niente lavoro di progettazione al computer sembra essere incredibile ma vero. Dietro ogni Mulino a Vento c'è la Passione, la Maestria di Uomini che realizzavano vere e proprie opere d'arte. Artisti del legno, cosi si potrebbero definire i "Mastri d'ascia" che un tempo realizzavano la complessita degli ingranaggi presenti in un Mulino. La realizzazione di una "semplice" Spira è difficile anche ai nostri tempi pur avvalendosi di macchinari e tecnologie moderene. Nessun utensile elettrico ne macchine a controllo numerico sono state impiegate nella costruzione dei Mulini a Vento, ma solo la Passione e la Manualità di questi Uomini sempre nascosti dietro un'opera d'arte. Destino ingrato per un artista: cosa sarebbe la Gioconda senza la firma di Leonardo Da Vinci, la Cappella Sistina senza la firma di Michelangelo? Conoscere l'opera d'arte senza apprezzarne l'artista e assurdo ed è giusto sapere chi ha realizzato un vanto per l'intero territorio Italiano nel mondo. Molti di questi Mastri d'ascia sono rimasti sconosciuti. Solo pochi di essi hanno lasciato qualche firma all'interno di quello che hanno realizzato. In qualche Mulino esiste qualche loro nome, perso nella maestosità dell'opera. Se guardiamo bene troviamo dei nomi: ecco che in un Mulino a Vento della Calcara troviamo "Nicolò Carriglio, che terminò il mulino nel 1816, all'interno di un mulino nell'isola Grande a Marsala troviamo "Vincenzo Scalabrino" che terminò il Mulino nel 1826, ma di questi sappiamo poco. Le storie che siamo riusciti a salvare sono di alcuni Mastri d'ascia "più contemporanei". Sappiamo che la loro arte, di cui avevano una gelosia estrema era tramandata da Mastro ad Apprendista, ma solo quando esso ne prendeva i meriti "Rubando l'arte" al Mastro.
Le strorie che vi racconteremo riguardano essenzialmente gli ultimi tre Mastri Mulinai che le saline di Trapani abbiano conosciuto:

Mastro Filippo Sangiacinto
Mastro Filippo nasce a Trapani intorno alla seconda metà del 1800, di lui sappiamo poco: saggio ed esperto Maestro D’Ascia, si occupava della manutenzione,e costruzione dei mulini a vento di Trapani e Provincia, il suo lavoro era conosciuto  fino  in Tunisia a Sfaxs, dove i ricchi proprietari di Saline Trapanesi avevano anche le Saline.

Mastro Turiddro Ales (Salvatore Ales)
Salvatore Ales, nasce a Trapani il 07/03/1903, secondo genito di una Famiglia numerosa,viene messo alla prova dalla vita già in età adolescenziale,prima con la perdita dell’Amato Padre Gaetano,dopo con la perdita dell’Amato Fratello Vincenzo morto eroicamente sulla Bainsizza durante la 1°Guerra Mondiale. Salvatore essendo rimasto il più grande della Famiglia dopo sua Madre, andò a lavorare per cercare di portare avanti la Famiglia. Dapprima andò a lavorare presso lo Stazzune, luogo dove tenevano i carretti, subito dopo iniziò l’esperienza presso il Mastro che poteva insegnare il mestiere.
Il Maestro di Salvatore fu proprio Mastro Filippo Sangiacinto. Salvatore ben presto capì che quello sarebbe stato il suo mestiere, tant’è  che passava le sue giornate dopo aver eseguito il suo lavoro, a chiedere il come e il perché di certe cose tecniche, che vedeva fare al suo Maestro. Mastro Filippo, da subito capì la scaltrezza, la volontà di quel ragazzo, tant’è che ogni volta che stava per finire un lavoro, Salvatore veniva mandato a prendere, o il tabacco, o i sigari. Un bel giorno Salvatore, si nascose sotto una catasta di legname, e vide come Mastro Filippo, finisse il lavoro di una grossa Spira, da li la sua vita cambiò, in meglio. Mastro Filippo, lo scoprì. Forse aveva sempre saputo di quella mattina ma non lo cacciò. Anzi gli diede fiducia, ed insime diventarono quello che adesso vi racconterò.
Salvatore cresceva. Imparò tutti i trucchi del mestiere, la sua vita trascorreva tra la bottega, e le Fredde delle saline. Per tale accanimento fu soprannominato “Faddracco”, un uccello tipico delle saline, che stava prevalentemente sulle estremità alte dei mulini, come del resto Salvatore stava spesso, per il montaggio o la sistemazione delle pale dei mulini. Salvatore instaurò un magnifico rapporto con varie Famiglie Trapanesi proprietarie di saline, come D’Ali, Adragna, Culcasi,Terranova, ma in particolar modo con gli Adragna. Salvatore nel frattempo diventò un bel giovane,anche a lui toccava farsi una Famiglia. La figlia di Mastro Filippo, Nela, da un po’ di tempo aveva un rapporto epistolare con un Giovane Trapanese ormai Emigrato in America. Con la Famiglia abitavano tutti nella centralissima Corso Vittorio Emanuele. Il giovane voleva che Nela andasse in America, ma i genitori di lei non lo avrebbero mai permesso: figlia unica, benestante, la figlia adorata di sempre, non poteva andarsene cosi. Allora chi meglio di Salvatore per questa Bellissima Ragazza?! Ecco che quel "matrimonio combinato" si rivelò una grande cosa. In seguito anche Salvatore ebbe la necessità di prendere un apprendista. Scelse un giovane apprendista di nome Alberto Salerno, che dopo un po’ per motivi personali andò via. Salvatore dal suo matrimonio ebbe 7 figli. Uno in particolare, Filippo, intraprese la sua stessa strada Abile già da piccolo, imparò presto i trucchi del mestiere. Grazie alla sua spiccata abilità viene mandato all’età di 20 anni, come responsabile di Salina, presso la Famiglia Burgarella, ad Aden, nello Yemen. Filippo restò per un decennio acquisì tantissima esperienza ma dovette rientrare a causa della rivoluzione nello Yemen. Una volta rientrato in Italia continuò il suo lavoro a Trapani con suo Padre. Filippo lasciò il mestiere del padre, i tempi cambiati da una crisi del settore salinaio e contemporaneamente la possibilità di un posto fisso e sicuro presso il Bacino di Carenaggio di Trapani lo allontanarono da quell'arte.
Salvatore spesso di recava presso le saline di Ettore, Infersa e nelle Saline di Altavilla a Marsala, dove stava settimane intere. Li trovava la sua pace, racconta di posti incantati, luoghi magici, immersi nella natura. Salvatore innamorato del suo mestiere, riusciva anche a trovare il tempo per costruire delle vere e proprie sculture. Ha costruito dei mulini a vento fedeli agli originali, anche di 50 cm, colonne spirali con base di capitelli Romani. Aveva proprio l’amore per il legno, tanto che qualcuno racconta del suo dialogare con i suoi lavori. Salvatore  diede tutta la sua vita alle saline, cercò di trasmettere ai suoi figli il rispetto di quei posti e di quel mestiere che per secoli ha dato lustro alle saline di Trapani e non solo. Salvatore Ales si spegne nel 1983 all'età di 80 anni. (si ringrazia la Famiglia Ales per la documentazione)




Mastro "Betto" (Alberto) Salerno
Mastro Alberto Salerno nasce a Trapani il 21 Novembre del 1919, durante la sua vità partecipa alla riparazione di diversi Mulini a Vento, costruisce numerevoli "spire d'archimede" e nel 1984 completa il lavoro di restauro totale dei Mulini a Vento della Salina Ettore di Marsala. E' stato l'ultimo dei "Mastri dei Mulini". Si spegne a Trapani il 3 Febbraio del 2001, portando con se una conoscenza inestimabile.
Di seguito postiamo una intervista di Rita Cedrini avuta con Mastro Betto nel 1987:

Mastro Berto, l'anno scorso sono venuta a trovarla in bottega. Ero interessata alla costruzione della "spira" di Archimede a cui stava lavorando. Allora mi ha raccontato alcuni episodi della sua vita legati al suo lavoro; Vogliamo provare oggi a riprendere quel discorso?
(Sorride tra il divertito e l'imbarazzato, quasi incredulo che la sua vita possa essere di interesse per qualcuno, poi comincia).
-La mia storia è molto lunga. A sei anni ho cominciato a fare questo mestiere. Di mattina andavo a scuola e poi di pomeriggio mi recavo da un maestro (Salvatore Ales) per imparare quello che faccio. Di sera facevo i compiti che dovevo presentare per la scuola. A 15 anni il mio maestro mi ha mandato. A casa comandavano le nostre mamme, quello che oggi non c'è, e mio padre pure. Così mi ha portato a fare un'altro mestiere, ma io non lo volevo fare. Poi, dopo due o tre anni sono andato a Tripoli. Lavoravo come carpentiere a 5 lire il giorno. A 5 lire al giorno nel 1938-1939. Ero assieme ad un altro maestro che faceva le barche però non era la mia professione. Anche lì facevo dei piccoli mulini alla sera, quando smettevamo di lavorare. La mia testa era sempre lì. Poi sono andato militare, mi sono fatto la guerra dal 40' al 45'. Sono stato imbarcato 5 anni e un mese sul Duca D'Aosta. Sono sbarcato quando è finita la guerra. Poi mi hanno congedato, ma la testa mi diceva sempre su quell'aggeggio, tanto che mio fratello mi disse: <Arruolati!> Ma non era per me. Così sono ritornato dal mio primo principale, mi sedevo e guardavo quello che facevano. Poi tutto ad un tratto, è venuta una persona che mi disse:<Alberto guarda c'è una persona che è tornata da Aden; Avrà bisogno di te come tu hai bisogno di lui>. <Sono io che ho bisogno di lui, non lui bisogno di me> gli ho risposto, perche io dovevo sganciarmi, lui era vecchio, circa settanta anni, forse più. Me lo hanno presentato e io sono andato al Silos (Alla SIES) sotto la ditta di D'Alì e soci. Ci sono stato dal 47 al 70. Questo maestro Trapanese mi ha imparato il resto della professione.

Per quale motivo era tornato?
-Era vecchio. La salina era un'attività, ma non ci andava più; era ormai anziano, si chiamava D'Amico e da lui ho imparato tutto quello che riguardava il Mulino. Ho imparato a fare il carradore addetto alla salina; e si, c'erano anche i carradori addetti al carretto.

Poco fà lei mi ha detto:<il pensiero mio era sempre lì>. Da che cosa è nato l'aver sempre questo pensiero al Mulino?
-Dalla conoscenza. Ogni cosa nasce dalla conoscenza, io penso.

Com'era venuto a contatto con il Mulino?
-Frequentando andando con il mio maestro, perché la cosa che si frequenta si prende in affetto, secondo il mio giudizio. Dall'affetto ne viene anche la volontà di fare la professione che si ha nel cuore.

La prima volta che ha avuto modo di parlarle le ho chiesto come mai lei parla cosi correttamente Italiano.
-Non lo so nemmeno io. Forse perché ho girato il mondo, due volte.

Che esperienza le ha dato stare a contatto con altri cosi diversi da noi, noi cosi diversi dagli altri?
-Gli altri sono peggio di noi, peggio, non c'è quel rispetto che noi usiamo quì.

Vorrei tornare un momento sulla sua esperienza quando era lì a Tripoli. Quanti anni aveva quando è partito?
-16 anni.

Sapeva quello a cui andava incontro?
-No, assolutamente no, ma sono una persona che si ambienta subito.

Ricorda un episodio della sua vita che è stato importante, significativo?
-Ricordo che quando mi sono congedato all'età di 26 anni piangevo per imparare questo mestiere e nessuno c'era che mi aiutasse, non ero figlio del mestiere, perché questo mestiere è stato sempre fatto di padre in figlio. Quando si faceva la spira di Archimede si trovava sempre la maniera per mandarmi via: < vai dalla signora a vedere cosa c'è da comprare>, o < vai a prendere un pò di tabacco>. Una cosa qualsiasi era buona per trovare la calunnia di allontanarmi. Ma io, quando potevo, guardavo quello che loro facevano, me lo ricordavo e lo studiavo. La notte mi alzavo, mi sedevo al tavolo e studiavo di capire e trovare.

Lei ha imparato con gli occhi più che con le mani.
-Si, più con gli occhi che con le mani. E' stato un imparare il mestiere con gli occhi più che con le mani. Ma sapevo anche maneggiare i ferri. Quello che ho imparato l'ho rubato, non l'ho messo in tasca, ma in testa.

Oggi con lei in bottega non c'è nessuno?
-No, in questo momento no.

Lei pensa che sia colpa del disinteresse dei giovani, orientati verso il mondo della scuola?
-E' il nostro governo che non vuole. Quando sono andato dal mio maestro, io sono stato da 6 anni a 15 anni. Mi ha mandato via e io non ho reclamato con nessuno, perché io volevo ritornarci. E' un mestiere come tutti gli altri.

Che cosa ha provato nel rimettere in funzione a distanza di 30 anni, il mulino della salina Ettore, che è stato inaugurato nello scorso mese di Ottobre? Cosa ha significato impegnarsi in un lavoro come questo dopo tanti anni, quendo ormai questa zona era destinata ad essere...
-Freddo, freddo, non ho provato emozione. Ho provato la sensazione di un uomo che ripercorre una strada perché sà dove deve andare. Un calzolaio che dopo 30 anni fa un paio di scarpe, e non è difficile, aspettava colui che voleva quel paio di scarpe. Io personalmente non ho mai fatto dei simili lavori da giovane, ma neanche il mio principale quasi quasi li ha fatti. Si faceva sempre una parte, una spira nuova, un'antenna, un giro soprano, un cilindro che è l'alloggio dell'antenna, un cubbulino perché era marcio e si doveva riparare. Si facevano alcune cose per volta, ma costruzioni di sana pianta non è ho visto fare mai... non li ho visto fare mai, giusta è la parola. La cosa viene di per se stessa, se c'è una professione. Solo che bisogna studiare l'individuo che fa il lavoro deve sapere le dimensioni, le rispettive inclinazioni. Questi sono lavori in scala, in proporzione. Esiste la proporzione in questo mestiere che i nostri vecchi non conoscevano e loro se la cavavano con la pratica ede reano molto bravi. Da quando sono nati questi Mulini, fino a 40 anni fà lavoravamo sempre come avevamo studiato la prima volta. Poi io, quando mi sono messo per conto mio, ho cercato di modificare. Per esempio nella spira c'era il pignone che noi chiamavamo "cunocchia". Attaccato alla spira c'era un supporto che teneva con una vite, si abbassava ed alzava mediante l'ingranaggio e mediante l'alta e bassa marea, di dentro se era la marea doveva lazare quindi se questa spira, alzando di dietro fa così, prende impronte e incolato.

Che cosa significa incolato?
-Vuol dire che alzando di dietro fa questo gioco e fà attrito. L'uomo addetto, a questo punto lo doveva alzare. Erano talmente pratici più di noi che lo costruivamo gli addetti al Mulino perché noi non lo sapevamo e loro lo sapevano. E' vero che noi lo costruivamo non sapevamo quello che sapevano loro. Loro sapevano per esempio 5 "cuddure" in dialetto, una, mezza cuddura, l'ho sentito con le mie orecchie.

Può chiarirmi meglio ciò che ha appena detto?
-<due giri di dado, quello lungarino che è attaccato alla femmina si gira, si da 4 giri per alazarla e lei, la spira, si alza. Quando si alza questa spira fa così: riceve una pressione verso l'alto. Allora il supporto all'opposto doveva essere. Era importante questo. Viceversa per mezzo di quel d'Amico che mi ha aperto il cervello, io ho abolito tutto quest'aggeggio, tutto, niente più la vite all'opposto, la ruota anziché così e messa così, il pignone anziché d'avanti di dietro e alza o solo d'avanti o solo dietro; la butta al fondo e non fà niente d'avanti, la alza in alto non succede niente perché c'è il giunto cardanico, anzi due giunti cardanici che giocano, appunto perché si muove, perché lavora con la cocola in cemento, che l'ho fatta pure io, questo non me lo ha imparato nessuno. Ho guardato una spira vecchia, ho preso il passo e basta.

Un momento fà lei ha parlato del Cubulino, cosa è esattamente?
-E' la cupola e serve per salvaguardare tutto l'apparato che c'è dentro.

Mastro Berto, quanti sono che costruisce spire?
-Dal 48'. Da 40 anni faccio questo lavoro, ma il progresso è sempre progresso, i Mulini si sono aboliti e io ho trasformato tanti lavori. Alla salina Bella c'era un lavoro colossale che io non l'avevo fatto mai. Però, io in me stesso, mi auguravo che venisse qualcuno a dirmi di fare quello che io ho fatto. E un bel giorno è venuto questo signore e dice:< cosa c'è da fare quà>. Io gli ho risposto: <vucca parla e sacchetta paga> (Bocca parla e tasca paga) <Già vossia stampa tutte cose> mi fa iddu. Ma loro non si facevano convinti di quello che io volevo fare, trasmissioni, pulegge ed etc etc; < come mai parli di trasmissioni e di pulegge, dobbiamo eliminare tutte queste cose>. <Ma eliminarle come si fà?>. Ho preso un pezzo di carta e ho fatto un preventivo e ho fatto spira, motore e riduttore e tolto ogni cosa. La gente che è andata a vederli è rimasta con gli occhi aperti. Quando ho fatto la prima trasformazione c'erano cinghie di 6 e anche di 12 metri, prima che ci lavorassi io, e impedivano a chi stava sul posto di allontanarsi. Gli era proibito di allontanarsi, perché le cinghie con lo scirocco allentavano e scocciavano, con l'umidità si rompevano. E il salinaro non stava mai in salina, stava a far da balia agli ingranaggi, ad aggiustare cinghie, cavi. Io gli ho detto: <  io faccio quello che posso, spero che faccia una cosa buona>. E tanti maestri, pure quello che ha imparato a me l'ha visto ed è rimasto con gli occhi aperti. Però lui non c'è arrivato a farlo perché non si adattava al ferro. Io sono riuscito perché ho questo pregio, mi adatto al ferro. Lavoro anche il ferro di mia competenza sempre nel nostro campo, perché io vengo a riempire una "scarpa", cioé l'alloggio della spira dove gira la spira di dietro. E' una fesseria, ma come la faccio io non la fà nessuno, perché la faccio cosi talmente precisa... ce né che incavano cosi, io invece appena appena 3mm. Tutti hanno paura che scappa. No, non scappa.

Con quale criterio lo fà?
-Perché man mano che va lavorando da sola si fa il suo alloggio, il suo letto. E tanti tanti altri lavorano che non vale la pena di spiegare e che me li faccio io da me. In questo Mulino i tiranti che ci sono, sono fatti miei. Il tornitore ha fatto solo l'asse, che io non avevo tempo e ciò fatto bucare tutti i dischi. I braccioli, che sono l'alloggio delle antenne, sono fatti da me. Però ci sono delle cose che debbo ancora sistemare, sul giro del diametro dell'asse, devono "appattare" anche lo staso degli "aletti". Queste sono più che altro fesserie. Anche il piede gallina, che noi chiamiamo in dialetto nostro, sarebbe il supporto che tiene l'antenna, che tiene un punto dello staso, un punto del cilindro e va a finire nell'antenna: queste cose le ho fatte io. Le crociere, per esempio che ci sono dentro le ruote, le ho fatte pure io. Faccio quello che posso, quello che credo di sapere fare, lo faccio.

Quando un giorno interromperà questo suo lavoro, chi raccoglierà la sua eredità?
-Non lo sò. Mio figlio è all'università. E' maschio è nato dopo otto anni della femmina perché mia moglie credeva che era un'altra femmina. E dopo otto anni è  nato lui ed è al quarto anno dell'Università. Ha fatto il militare... poi ho altre due femmine: sono sposate.

E della sua bottega, dei suoi strumenti, che ne sarà?
-Non lo sò.

Si rende conto che questi strumenti sono un patrimonio non da poco?
-Ciò un nipote che ha 8 anni che sembra di avere buona volontà di impararsi, sempre che io ho la fortuna di vivere.

E' un patrimonio che verrà tramandato dunque..
-E' logico, di padre, figlio e nipote. Fà parte del discorso di prima.

E' una soddisfazione per lei, che non avendo un padre che le ha insegnato il mestiere è pur riuscito ad impossessarsene e a consegnarlo a suo nipote! Mastro Berto, vorrei chiederle ancora una cosa. Quando guarda a questo mondo che cambia, pensa che sia un bene o un male?
-Un male, un male.

Perché una considerazione così amara?
-Perché la gente è troppo cattiva e troppo emancipata, troppo viziata. Vedo il mondo che cambia, i ragazzi che crescono... non cé una riuscita bene.

Perché? Pensa che per certi aspetti la vita sia troppo facile?
-Vedo il mondo che cambia, i ragazzi che crescono e non c'è una riuscita bene. Siamo un popolo libero ma siamo degni di dittatura e mazziate in testa. E allora si rifà il mondo, tutto il mondo. Solo che mi può dire che una volta che c'era la dittatura nasce la guerra, oggi domani, nasce la guerra, la libertà porta all'emancipazione dei popoli, vizi e tante cose. Ai miei tempi comandavano i genitori, era giusto che loro comandavano. Quello che noi oggi non sappiamo fare, almeno da parte mia. Poi il resto non lo sò. Io vedo, guardo come sono io, siamo tutti uguali. Allora quando ero piccolo comandava mio padre e mia madre, ora che sono grande e ho figli comandano i figli. Tanto vale che non ho mai comandato.

Nonostante queste sue considerazioni, lei sembra una persona serena.
-La serenità che ho dentro mi porta a camminare con i piedi di piombo. Studiare oggi quello che devo fare domani, come fare quel lavoro che ho per le mani. Perché non l'ho mai fatto.

(intervista tratta dal libro "Saline di Sicilia" di Gesualdo Bufalino)


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